Rosatellum ‘for dummies’. Tutto quello che c’è da sapere, in breve, sulla legge elettorale con cui l’Italia andrà a votare il 4 marzo 2018

Ecco un piccolo glossario, o vademecum, sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum. Lo si potrebbe chiamare legge elettorale ‘for dummies’, ma non vorrei offendere i miei 25 lettori che sono, invece, ben lo so, ben più preparati della media nazionale. In ogni caso, con una facile ricerca, si possono trovare su questo blog altri articoli attinenti la preparazione, discussione e l’approvazione del Rosatellum in dettaglio. 

  1. COS’È IL ROSATELLUM

Il «Rosatellum» è il nuovo sistema elettorale in vigore in Italia che è stato varato con la legge n. 165/2017 promossa dal governo Gentiloni e votata da un largo arco di forze politiche (Pd-Ncd-centristi vari-FI-Lega-Misto, contrari M5S-Fd’I-Sel-Mdp-gruppi minori). È un meccanismo elettorale cosiddetto «misto» perché assegna il 64% dei seggi in collegi plurinominali con metodo proporzionale e il restante 36% dei seggi in collegi uninominali con metodo maggioritario.
A) COLLEGI UNINOMINALI MAGGIORITARI
Sono 232 (231 il collegio unico della Valle d’Aosta), su 630 seggi, i collegi uninominali maggioritari assegnati alla Camera dei deputati, tolti i 12 seggi attribuiti alle circoscrizioni Estero. Sono 109, su 315, i collegi uninominali assegnati al Senato, tolti i 6 della circoscrizione Estero. In realtà, i collegi uninominali del Senato sono 116, ma vi vanno sottratti i sei collegi del Trentino Alto-Adige e il collegio unico della Val d’Aosta che vengono attribuiti in qualità di collegi uninominali puri.
B) COLLEGI PLURINOMINALI PROPORZIONALI
Sono 386, su 630, i collegi plurinominali che vengono assegnati alla Camera dei Deputati attribuiti con metodo pienamente proporzionale effettuato su base nazionale.
Sono 193 i collegi plurinominali che vengono assegnati al Senato con metodo proporzionale su base regionale. Le circoscrizioni sono 28 alla Camera e 20 al Senato.
2. LE SCHEDE PER CAMERA E SENATO
A) DUE SCHEDE ELETTORALI. Le schede (rosa per la Camera, gialla per il Senato) elettorali rappresentano un’assoluta novità per l’elettore italiano. La scheda elettorale è fatta di diverse aree corrispondenti a ciascun partito o coalizione con sopra il nome del candidato di collegio, sotto le liste che lo sostengono e in ognuno di essi i nomi de listino.
B) IL CANDIDATO NEL COLLEGIO UNINOMINALE. All’interno di ogni area presenta sulla scheda e divisa per partito e/o coalizione, c’è lo spazio rettangolare con un unico nome: è il candidato scelto da ogni partito o coalizione nel singolo collegio uninominale.
C) I SIMBOLI DEI PARTITI NELLA PARTE PROPORZIONALE. Sotto l’indicazione di ogni candidato di collegio, una serie di caselle indicano un nome e un simbolo di uno o più partiti, se in coalizione, che presentano, al loro interno, da 2 a 4 nomi del cosiddetto «listino bloccato». Le singole liste dei candidati di partito o partiti in coalizione si presentano nel proporzionale a sostegno del corrispondente candidato di collegio.
D) DUE NOVITÀ. La prima sono le «istruzioni per l’uso»: si trovano nel retro della scheda. La seconda è il «tagliando antifrode», rimovibile solo dal presidente di seggio e con un codice progressivo alfanumerico, introdotto per impedire il «voto di scambio».

3. COME SI VOTA
Il «mix» tra collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali del «Rosatellum» permette all’elettore tre opzioni di voto molto facili e che spieghiamo qui.
Ma bisogna fare attenzione. Il «voto disgiunto» è vietato: l’elettore non può votare un candidato nel collegio uninominale e una lista a lui non collegata nel proporzionale.
A) L’elettore barra, sulla scheda, solo il nome del candidato del collegio uninominale. In questo caso, il voto si «trasferisce» automaticamente al partito o ai partiti che lo sostengono nella parte proporzionale. Se vi sono più partiti a sostegno di una coalizione, il voto si «spalma», in modo perfettamente proporzionale, a tutte le liste che lo sostengono in quella circoscrizione elettorale di cui fa parte il collegio uninominale.
B) L’elettore traccia un segno solo sul simbolo della lista, cioè del partito, che vuole sostenere. Sia che si tratti di un partito singolo sia che si tratti di un partito in coalizione, il voto dato al partito si «trasferisce» automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale sostenuto dalla lista che è stata appena votata nella parte proporzionale, a prescindere che si tratti di una lista singola o facente parte di una coalizione.
C) L’elettore può tracciare un doppio segno sul candidato nel collegio uninominale e su una lista che lo appoggia nella parte proporzionale. Il voto è perfettamente valido.
Ma attenzione: il voto  è «nullo» se l’elettorale traccia due segni, uno sul nome del candidato nel collegio e uno sul simbolo di una lista, singola o in coalizione, a cui quel candidato non è collegato nella parte proporzionale. E’ il voto “disgiunto”.

4. DOVE FINISCE IL VOTO?
A) In ogni collegio uninominale vince, tra i diversi candidati presenti sulla scheda, appoggiati da un partito o una coalizione, quello che arriva primo, anche solo per un voto, su tutti gli altri. Dunque, tutte le sfide nei collegi uninominali (232 alla Camera e 109 al Senato) sono «one-to-one».
La logica è mutuata dal sistema maggioritario anglosassone, basato tutto sui collegi uninominali, e viene detta del «the first past the post» (letteralmente, «il primo oltre il palo», termine preso dall’ippica) o del «the winner takes all» (il primo prende tutto).
B) I collegi plurinominali sono raggruppati in circoscrizioni elettorali (regionali al Senato e regionali e/o sub-regionali alla Camera dei Deputati). Il metodo di elezione è proporzionale (stante lo sbarramento al 3%) e i nomi dei candidati (da 2 a 4) presenti nei listini di ogni lista servono a determinarlo. Ci si può candidare solo in un collegio uninominale ma fino a cinque collegi plurinominali (sono le pluri-candidature).
In caso di elezioni in più collegi, il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale o nel collegio plurinominale dove la sua lista ha preso la percentuale minore di voti.
C) Ogni lista elettorale deve rispettare, nelle candidature, la «norma di genere». Ognuno dei due sessi non può rappresentare più del 60% (e non meno del 40%) dei tutti i candidati nei collegi uninominali. Anche nei collegi plurinominali va rispettata la «norma di genere» (60% di un sesso e 40% dell’altro) per quanto riguarda i capolista mentre la collocazione dei candidati nei listini deve rispettare un ordine alternato di genere (uomo-donna o donna-uomo).

5. CHI ENTRA E CHI ESCE
A) SOGLIE DI SBARRAMENTO “ESTERNE”.
Le soglie di sbarramento presenti nella legge elettorale sono due. La prima riguarda le liste singole che si presentano nella parte proporzionale: ognuna di esse deve superare il 3% a livello nazionale per ottenere seggi.
La seconda riguarda le coalizioni: ogni coalizione, composta da più liste, deve superare il 10% e, al suo interno, vi deve essere almeno una lista che superi il 3%. In Trentino e in Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è fissata, come norma a tutela delle minoranze linguistiche, al 20%.
B) SOGLIE DI SBARRAMENTO “INTERNE”.
Esistono anche delle soglie di sbarramento interne alle liste che compongono una coalizione. Sotto l’1% una lista che sta dentro una coalizione non ottiene seggi per sé, ovviamente, né ne porta agli altri partiti coalizzati con essa. Tra l’1% e il 3% dei voti, invece, la lista in coalizione non ottiene seggi per sé, ma contribuisce ad aumentare i seggi dei partiti (o del partito) più grandi che stanno, ovviamente, nella sua stessa coalizione in modo proporzionale. Sopra il 3%, una lista ottiene seggi per sé stessa.

6. DAL VOTO AL SEGGIO

Ma come si traducono i voti in seggi? Bisogna partire dal fatto che Camera e Senato hanno composizione ed elettorato (attivo e passivo) diversi. In ogni caso, in entrambe le Camere saranno presenti ben tre (quattro, in realtà, al Senato) diversi sistemi di elezione che comporranno gli scranni dei 630 deputati e dei 315 senatori eletti il 4 marzo con il Rosatellum.
A) CAMERA DEI DEPUTATI
Alla Camera (630 membri) siederanno 232 deputati eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 225 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 386 seggi della Camera saranno assegnati con il sistema proporzionale (il metodo è del «quoziente intero e dei più alti resti») ai diversi partiti a seconda che superino lo sbarramento. 12 seggi vengono assegnati alle Circoscrizioni Estero con metodo perfettamente proporizionale e la possibilità di dare due preferenze.
B) SENATO DELLA REPUBBLICA
Al Senato (315 membri) siederanno 116 senatori eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 109 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 193 seggi del Senato saranno assegnati con il sistema proporzionale, ma con un calcolo effettuato, al Senato, su base regionale. In più vanno conteggiati i 6 seggi delle Circoscrizioni Estero e i 5 senatori a vita (Monti, Cattaneo, Piano, Rubbia, Napolitano,), da poco diventati 6 con la nomina di Liliana Segre.
7. SCENARI POST-VOTO
A) C’È LA MAGGIORANZA
Se una coalizione riuscisse ad ottenere il 42% (o oltre) dei voti, grazie alla cosiddetta «disproporzionalità» della legge elettorale – stimata da analisti e sondaggisti tra il 4% e l’8% circa dei voti (il calcolo è frutto della ripartizione in seggi alle liste maggiori dei voti presi dalle liste che non superano il 3% e dalla vittoria in molti collegi uninominali) – potrebbe ottenere o avvicinarsi molto alla possibilità di avere la maggioranza in entrambe le Camere, cioè la metà più uno dei seggi in ognuna (316 su 630 alla Camera, 161 su 315 al Senato, dove però siedono 6 senatori a vita per un totale di 321 seggi). In questo caso, la coalizione vincente potrebbe avere i numeri per governare da sola.
B) LARGHE INTESE
Se nessuna coalizione o nessun partito singolo arrivasse a ottenere più del 40% dei voti, nessuno di essi sarebbe in grado di governare. Sarebbe, quindi, necessario dare vita al cosiddetto governo di «larghe intese», a volte detto anche “governo di unità nazionale”.
A seconda dei risultati dei vari partiti e su precisa scelta del presidente della Repubblica, potrebbe trattarsi o di un governo tra FI, Pd e centristi (di centrodestra come di centrosinistra) oppure di un governo tra M5S e Lega (ipotesi più difficile) o di un’ipotesi ancora altra ma assai più remota (e cioè un governo Pd-M5S-Leu, etc…).
C) RITORNO AL VOTO
Se nessuna coalizione o partito si avvicinasse al 35% dei voti, non ci sarebbero le condizioni per le «larghe intese», a prescindere dalle possibili combinazioni. Il capo dello Stato avrebbe, quindi, davanti a sé solo tre strade: 1) far andare avanti il governo Gentiloni, a quel punto dimissionario, cioè in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, perché così si dovrà presentare davanti alle nuove Camere, o un Gentiloni bis che godrebbe di una fiducia “tecnica” o di una “non sfiducia” da parte delle Camere fino a nuove elezioni (forse in autunno); 2) dare vita a un governo «tecnico» o «del Presidente» di «emergenza nazionale» appoggiato da tutti i partiti sempre per indire nuove elezioni;  3) far nascere un governo «di minoranza», mandandolo davanti alle Camere in cerca, di volta in volta, di una maggioranza numerica. Gli obiettivi di governi simili sarebbero, nelle intenzioni del Presidente della Repubblica, quelli di garantire l’approvazione della manovra economica (ottobre-dicembre) e, forse, anche di una nuova legge elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in forma più succinta, sul Quotidiano Nazionale del 19 febbraio 2018.