Elezioni. Un bilancio ‘preventivo’. Attese e aspettive di partiti e coalizioni in attesa del voto del 4 marzo

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
(questo articolo è stato scritto in forma originale per questo sito)

 

Una premessa. Lo ‘zoccolo duro’ di Occhetto
Chi vincerà e chi perderà le elezioni politiche del 4 marzo 2018? La risposta, ovvia e scontata, è “bisogna aspettare il 5 marzo”… Contare, e pesare, cioè i numeri assoluti, le percentuali e i seggi di ogni partito, singolo o in coalizione, che si presenta davanti agli elettori. Ovvio. Inoltre, lo sport nazionale largamente praticato nel nostro Paese – a differenza degli altri Paesi europei (e, ovviamente, degli Usa), dove invece lo sconfitto ammette, la sera o la notte stessa del voto, la sconfitta e si rallegra subito con il vincitore – è quello di dire “abbiamo tenuto” (quando si è perso nettamente), “abbiamo registrato una lieve flessione” (quando la sconfitta è catastrofica), “avanziamo, seppur di poco” (quando si rimane inchiodati al palo) e, naturalmente, “abbiamo vinto” (per un misero punto percentuale con il segno più davanti) e via così. Ricordate lo ‘zoccolo duro’ con cui il non ancora segretario del Pci-Pds, Achille Occhetto, commentò il risultato del Pci alle elezioni del 1983? “I risultati – disse Occhetto con aria grave – non ci hanno soddisfatti, anche se rimaniamo un partito del 30% una forza notevole nella società italiana. Del 1975 manteniamo questo zoccolo duro della nostra forza malgrado lo sforzo principale degli altri partiti sia stato quello di ridurla”. Il Pci aveva perso voti e seggi, rispetto alle elezioni del 1979, ma Occhetto, coniando una definizione poi passata alla storia politica, trasformò una disfatta in una sostanziale tenuta del Pci. Potere delle parole!

Alcune istruzioni per l’uso di questo articolo…
Eppure, tutti i partiti hanno, ragionano e sperano, in modo pubblico o in modo riservato, su delle percentuali e delle soglie che segnano, per loro, la differenza tra la vittoria e la sconfitta anche in queste elezioni. Le esaminiamo schieramento per schieramento e partito per partito. 

Tre avvertenze o “istruzioni per l’uso”:
 
1) i sondaggi e le proiezioni dei voti in seggi cui ci si riferisce in questo articolo sono quelli pubblicati fino al giorno in cui essi erano ammessi (il 15 febbraio 2018), quindi nessuna violazione delle regole imposte ai media è contenuta qui;
2) le valutazioni della vittoria e della sconfitta di ogni partito o coalizione sono, ovviamente, molto soggettive: pur mettendoci tutto lo scrupolo possibile, vanno prese sempre con dovuto beneficio d’inventario;
3) gli effetti della vittoria o dello sconfitta dei diversi partiti e/o coalizioni avranno un ovvio, e immediato, ricasco sulla possibilità o meno di formare un nuovo governo, ma anche sulla lunghezza e la complessità delle consultazioni – le quali si apriranno al Quirinale subito dopo l’insediamento delle due Camere e l’elezione dei rispettivi presidenti (atti che verranno formalizzati a partire dal 23 marzo, cioè 20 giorni dopo il voto) – ma tali considerazioni non fanno parte del presente articolo.
1) Il centrodestra vince o perde se…
Ovviamente, il centrodestra (coalizione composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc) potrà dire di aver vinto in modo netto le prossime elezioni se avrà la maggioranza assoluta in entrambe le Camere (316 deputati alla Camera, 161 senatori al Senato). Ma data la nuova legge elettorale in vigore, il Rosatellum, che è un mix di sistema di base proporzionale e di collegi maggioritari, e data la tripolarizzazione del sistema politico (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle) – sistema dunque non più bipolare, ormai già dalle Politiche del 2013, come nella II Repubblica – è molto difficile, tecnicamente, che questo accada. Come è praticamente impossibile che altri partiti o coalizioni sortiscano identico risultato: ottenere, da soli, e cioè in modo autonomo e coerente, la maggioranza assoluta dei seggi.
In ogni caso, in tutti i sondaggi pubblicati prima del divieto, il centrodestra è sempre stato dato saldamente in vantaggio, come coalizione, rispetto agli altri poli: le percentuali variavano dal 34% (minimo) al 38% (massimo). In termini di seggi (mix degli uninominali e di quelli proporzionali) il centrodestra oscillava, alla Camera, tra i 257/263 seggi (minimo) e i 263/293 seggi (massimo) mentre, al Senato, la forcella oscillava tra i 130/140 seggi (minimo) e i 143/154 seggi (massimo). Come si vede, da un lato il centrodestra è sempre stimato al di sotto della maggioranza assoluta (315 seggi Camera, 161 seggi Senato) per poter governare in modo autosufficiente, ma dall’altro è anche l’unica coalizione che, come vedremo tra poco, analizzando le altre, si può avvicinare, almeno più facilmente, all’obiettivo. Infine, va detto che un centrodestra a cui mancassero una manciata di seggi (diciamo, a spanne, 15/20 alla Camera e 5/10 al Senato) potrebbe, forse, trovarli, data la forte capacità attrattiva acquisita dal suo successo, tra liste minori presenti in Parlamento o transfughi di altri partiti. Certo è che un risultato sopra il 38%, o vicino al 40%, farebbe cantare vittoria all’intero centrodestra mentre un risultato al di sotto del 35% equivarrebbe a una cocente sconfitta.
Per quanto riguarda i partiti all’interno del centrodestra, i conti sono presto fatti. Forza Italia potrà dire di aver vinto le elezioni, fino al punto da poter esprimere il nome del premier incaricato, se sarà largamente il primo partito, con il 16-18%, all’interno della coalizione, sopravanzando la Lega di diversi punti percentuali. La Lega potrà parlare di exploit per sé e di un possibile incarico al suo leader, Salvini, per formare un nuovo governo se sfonderà il muro del 15% dei consensi avvicinandosi o superando FI. Fratelli d’Italia potrà cantare vittoria se sfonderà il muro del 5%: è vero che basta superare il 3% per ottenere seggi nelle Camere, ma prendere o superare il 5% vuol dire averne molti di più (48-50 al massimo alla Camera e 20-30 al massimo al Senato) e avere voce in capitolo anche nelle possibili scelte di governo. Per Noi con l’Italia-Udc il confine è ancora più semplice: sotto il 3% come era quotata in tutti i sondaggi prima del divieto porterà seggi in dote alla coalizione ma non ne eleggerà per sé, sopra il 3% avrà seggi e potrà costituire gruppi parlamentari autonomi. 
2. Il centrosinistra vince o perde se…
Il centrosinistra (coalizione composta da Pd-+Europa-Civica e Popolare-Insieme-Svp), non ha, a stare ai sondaggi pubblicati prima che ne scattasse il divieto, alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Le sue percentuali oscillano, come coalizione, tra il 25-26% (minimo) e il 27-28% (massimo). La proiezione di voti in seggi parla di cifre per il centrosinistra che si collocano, alla Camera, tra i 127/130 seggi (minimo) e i 139/140 seggi (massimo) e, al Senato, tra i 57/63 (minimo) e i 66/73 (massimo). Sicuramente, per il centrosinistra, un buon risultato è stimabile se raggiungerà, come coalizione, la soglia psicologica del 27-28% (oltre quella cifra, verso il 30% dei voti, sarebbe un trionfo) mentre un pessimo risultato sarebbe restare sotto il 25% e un risultato catastrofico sarebbe crollare, tutto insieme, sotto il 23%.
Per quanto riguarda i partiti, il Pd, il partito più grande, è quello che, ovviamente, rischia di più di tutti. La percentuale presa dal Pd di Bersani alle Politiche del 2013 (25,4%) sembra lontana. Infatti, il Pd è quotato sempre al sotto di quella percentuale, circa al 22-23%, e, in sette mesi, ha perso circa cinque punti percentuali (circa uno al mese), scendendo dal 27-28% al 22-23%, appunto. In ogni caso, per Renzi scendere sotto il 22%, fino al 20% o gù di lì, sarebbe un dramma dalle possibili conseguenze catastrofiche, fino all’invocare le sue dimissioni da segretario del partito, con la convocazione di un congresso straordinario per la sua successione. Prendere una cifra tra il 22% e il 25% equivarrebbe a una sconfitta dolorosa, ma potrebbe evitargli l’obbligo di dimissioni. Mantenere o superare il 25% e oltre, fino al 28%, diventerebbe, pur nella sconfitta della coalizione, una sorta di vittoria insperata.
Ma dato che lo stesso Renzi ha più volte enunciato l’ambizione (e, a volte, la certezza) di risultare “primo gruppo parlamentare”, lanciando più volte la sfida, sul punto, ai 5Stelle, anche su questo dato si misurerà il discrimine tra la sua vittoria e la sua sconfitta. Peraltro, potrebbe succedere – per la diversa combinazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato – che il Pd risulti primo gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento (il Senato, più probabilmente) e non anche nell’altro (la Camera).
Ma qui entrano in gioco anche i risultati delle altre liste collegate al Pd nella coalizione di centrosinistra. Infatti, per un esplicita norma della legge elettorale, i partiti/liste che restano sotto l’1% dei voti li disperdono e non eleggono nessuno, i partiti/liste che ottengono tra l’1% e il 3% dei voti non portano seggi per sé ma li portano in dote al partito più grande della coalizione (il Pd, cioè, nel caso del centrosinistra, le tre liste sopra il 3% nel centrodestra) mentre solo nel caso che una lista prenda più del 3% si troverà con eletti propri tali da poter costituire gruppi parlamentari autonomi. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati, né la lista Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti), capitanata da Giulio Santagata, né la lista Civica e Popolare, guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, sono in grado di superare il 3% e, forse, neppure l’1% (sono quotate tra lo 0.5-0,8% e l’1-1,5%) quindi di sicuro non eleggerebbero seggi per sé e solo in caso di superamento dell’1% porterebbero seggi in dote al Pd. Per entrambe, in ogni caso, il successo, quindi, è e sarebbe superare l’1%. Invece, la lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, all’inizio quotata intorno al 2-2,5%, è salita costantemente nel gradimento degli elettori e, nelle ultime rilevazioni, si attesta al 3-3,5%: sarebbe, quindi, in grado di eleggere parlamentari per sé e anche parecchi (una ventina alla Camera e una decina al Senato). Ovviamente, il successo, per +Europa, è dato dal superare il 3%. Ma proprio il suo successo potrebbe causare un danno collaterale al Pd che non beneficerebbe dell’apporto dei loro voti in seggi se, pur superando ovviamente l’1%, restassero sotto il 3%. Insomma, il Pd, “per colpa” dell’exploit della lista Bonino potrebbe mancare, magari di un soffio, la possibilità di diventare primo gruppo parlamentare a scapito dei 5Stelle. Combinazioni e contraddizioni di una legge elettorale piena di trappole nascoste.
3. Il Movimento 5Stelle vince o perde se…
I 5Stelle, pur sapendo di non poter ambire a diventare prima coalizione, rispetto al centrodestra, per il semplice motivo che non si presentano in coalizione, hanno in testa due obiettivi precisi.
Il primo obiettivo è quello di risultare il primo gruppo parlamentare, sia alla Camera (dove sono agevolati dalle forti simpatie che riscuotono nell’elettorato giovanile) che al Senato (dove l’elettorato passivo più alto rende più difficile l’impresa). Il secondo è quello di incassare talmente tanti consensi da impedire sia al centrodestra di poter formare in modo autonomo un governo sia di ostacolare la possibilità di un governo di larghe intese Pd-FI o comunque di evitare che qualsiasi governo prescinda dai 5Stelle. L’obiettivo è alla portata del Movimento. Stimato, negli ultimi sondaggi pubblicati, tra il 26,8-27,5% (minimo) e il 28,0-29,0% (massimo), i 5Stelle potrebbero portare in Parlamento una pattuglia assai robusta composta, alla Camera, di 133/166 (minimo) deputati e di 175/185 (massimo) mentre, al Senato, sarebbero 67/81 (minimo) fino a 92/100 (massimo). Una forza d’urto consistente e considerevole, capace di fare da ‘blocco’ verso qualsiasi altra soluzione di governo o di essere imprescindibile, fino a fare da perno, per comporne uno. Naturalmente, invece, se l’M5S dovesse fermarsi al 25-26% (sostanzialmente la percentuale presa alle Politiche del 2013) sarebbe una sconfitta, più che una semplice battuta di arresto, mentre il 29-30% avrebbe il sapore di una vittoria clamorosa dagli esiti imprevedibili.
4. LeU vince o perde se…
Per LeU, il movimento guidato da Pietro Grasso e frutto della fusione di tre sigle pre-esistenti (Mdp-SI-Possibile), i calcoli sono molto semplici. Presente alle elezioni fuori dalla coalizione di centrosinistra, il suo obiettivo è superare la soglia di sbarramento del 3%. Il secondo era, nelle intenzioni, “ottenere un risultato a doppia cifra”. Gli ultimi sondaggi pubblicati collocano Leu in una forchetta compresa tra il 5% (minimo) e il 6,5% (massimo) il che vuol dire portare in Parlamento tra i 20/25 deputati e i 10/15 senatori. Se il risultato di Leu sarà più vicino al 5% si potrà parlare di risultato assai inferiore alle attese, se supererà il 6%, o andrà verso l’8%, sarà un successo.
5) Gli altri partiti vincono o perdono se…
Ovviamente, per tutti gli altri partiti presenti alle elezioni, dai più piccoli fino agli unici due con qualche chanche di fare dei risultati statisticamente apprezzabili (Potere al Popolo a sinistra e Casa Pound a destra, quotati negli ultimi sondaggi intorno l’1,5%), l’obiettivo che farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta è dato dal superamento della soglia di sbarramento nazionale al 3%. Ma è altamente improbabile che ciò si verifichi sia perché si tratta di liste fuori da ogni coalizione sia perché simboli nuovi sia perché, per superare il 3% a livello nazionale, occorrono circa un milione di voti assoluti, che non sono affatto pochi, piccoli o grandi siano i partiti che competono a questa tornata elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato in forma originale per questo sito