Il calvario del Pd. Martina segretario, caminetto dei big, ma Renzi non molla. Dem pronti al governissimo, renziani no

  1. Martina sarà segretario, tornano i ‘caminetti’ e il governo dei big. Renzi non c’è. Pd all’opposizione, ma pronto a dire sì a un governo “di responsabilità”.
Martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina

Ettore Maria Colombo – ROMA
“Opposizione, opposizione, opposizione” la linea politica rispetto alla formazione del governo. Linea ribadita da tutti, anche se – mette le mani avanti più d’uno, tranne i big, e tranne i renziani, nei corridoi – “se Mattarella ci chiedesse di partecipare a un governo di responsabilità nazionale non potremmo dire di no”. La scorciatoia sarebbe un passaggio del dispositivo votato ieri dalla Direzione dem in cui, pur ribadendo la via maestra, quella appunto dell’opposizione, si scrive, nero su bianco, che “il Pd garantisce al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale”. Molti osservatori ed esperti di cose dem vi leggono un’apertura, di fatto, a un governo istituzionale o di scopo, ma ovviamente solo se fosse appoggiato “da tutti”, Lega e 5Stelle compresi.
Per il resto, niente streaming, molte ore di dibattito, dato che tutti vogliono intervenire, nessuno che fa battute ironiche, volti distesi. “Ciao Matteo, grazie, ciao Maurizio e grazie per il gravoso compito che ti assumi” le parole rivolte all’interno un po’ da tutti con Gentiloni e Boschi seduti in prima fila, Minniti che va e viene, Calenda che viene e non parla, perché non vuole essere d’ingombro, Zingaretti che non viene ma twitta, Orlando minaccioso ma contento, Emiliano solo minaccioso e rabbuiato perchè è rimasto da solo a sostenere l’idea di un governo con i 5Stelle, i renziani appollaiati guardinghi dietro il palco, Cuperlo che parla con tutti, dai giornali alle tv, come se fosse tornato presidente. La prima Direzione senza Matteo Renzi si svolge in assoluta surplace. Il Pd sembra essere tornato al tempo (forse era il Giurassico o il Pleistocene) in cui nessuno litigava con nessuno. Tutti ci tengono a dire, entrando o uscendo, di aver apprezzato “il nobile gesto” delle dimissioni di Renzi. “Da lui un esempio di stile” dice Gentiloni, con lo stile proprio di Gentiloni. Nei conciliaboli interni, invece, tra gli anti-renziani, non vedono l’ora di archiviarne l’epoca, una volta per tutte: “Abbiamo strappato Martina a Renzi” il commento più gettonato e meno scurrile, “ora gli resta solo Orfini…”.
Solo Salvatore Margiotta, senatore lucano che si autodefinisce “ultimo giapponese”, parla in difesa di Renzi. E tra quelli che contano solo il governatore campano, Enzo De Luca: attacca il Pd, accusandolo di praticare, al Sud, “una gestione da notabilato improntato al clientelismo”, ma riceve solo brusii, rimbrotti e critiche a scena aperta. Eppure, l’ombra di Renzi, al netto della sua assenza fisica, incombe e irrompe nel Nazareno, da dove dovrà presto anche sloggiare dalla stanza al terzo piano, quella blindata. A occuparla sarà quello che fino a ieri era il suo vice, Maurizio Martina. Il quale viene eletto segretario – solo sette le astensioni (solo dei delegati di Emiliano), tutti contenti, Orlando ha trattato un po’: voleva non solo la Direzione ‘collegiale’, che avrà, ma anche la Segreteria ‘collegiale’, quindi tutta ‘nuova’, su questo è stato respinto, ma nulla di che – anche se, per ora, Martina sarà solo ‘reggente’. Ma fino all’Assemblea nazionale, ieri già convocata per il 5 aprile, al massimo entro il 15 (se ci sarà uno slittamento la colpa sarà delle consultazioni al Quirinale), quando Martina sarà incoronato segretario a tutti gli effetti. La data di scadenza è assai lunga: il 2021, quando sarebbe scaduto il mandato di Renzi, la formula è “per il resto del mandato”, come recita lo Statuto dem. Salvatore Vassallo, che lo ha scritto, spiega: “Il segretario, come il vicesegretario e il tesoriere, sono le sole cariche elettiva in capo all’Assemblea, quindi il nuovo segretario nominerà organismi previsti (la segreteria) e, se vorrà, organismi nuovi, di tipo politico, non previsti. Ma chi vuole fare le primarie dovrà passare per una nuova Assemblea”.
Insomma, il Pd sta per eleggersi un segretario (Martina), con l’accordo di tutti i big, minoranza di Orlando compresa (Emiliano, invece, dissente), che in cambio ottengono il più classico dei ‘caminetti’. Martina, nella sua relazione, la chiama, con lessico un po’ involuto, “una Commissione di progetto per aprire una fase costituente e riorganizzativa”. Trattasi, per Martina, di un vero commissariamento, però, che le correnti – renziani compresi, ma stavolta finiti assai in secondo piano – e soprattutto i big dem (Franceschini, Orlando, Gentiloni, Minniti, mentre già si stagliano, in controluce, le figure di Calenda e Zingaretti in vista di primarie rimandate a un ‘domani’ sempre più lontano) hanno deciso di mettere in campo per aiutare (e circondare) il nuovo segretario. Renzi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta passare, ma l’era del renzismo è finita. Resta solo da capire come verrà gestita la delicata partita dei nuovi capigruppo di Camera e Senato, decisiva per gli equilibri del nuovo governo: nel Pd si vota e a scrutinio segreto, i renziani non sono più tanti ma possono fare la differenza. A correre ci saranno Ettore Rosato e/o Lorenzo Guerini per la Camera, Bellanova e/o Marcucci al Senato.
NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 13 marzo 2018, pagina 4.


2. Renzi: “Io non mollo” e prepara la riscossa a partire dalla guerriglia ‘maoista’ nei gruppi. Date le dimissioni da segretario, il messaggio al Colle è “niente inciuci”.

Ettore Maria Colombo  – Roma
Gentiloni? Chiedeva il voto solo per sé, e non per il Pd, con tanto di lettera agli elettori del suo collegio, una cosa indecente. Franceschini? Non è riuscito neanche a farsi eleggere nel suo collegio. Il governo? Non è possibile né con Di Maio, né con Salvini, ma neppure con Berlusconi. Matteo Renzi, all’apparenza calmo e sereno con il mondo, è una furia. Tanto che mentre finge di propagare ottimismo e lealtà al canovaccio imbastitogli contro dai big in Direzione – si sarebbe sfogato così con alcuni dei suoi fedelissimi, domenica sera, per prepararli alla pugna in vista della Direzione che si è tenuta ieri pomeriggio. Lui, lo si sapeva, non ci sarebbe andato e ha mantenuto l’impegno: ha scritto la lettera di dimissioni che poi, in Direzione, Orfini ha letto. E c’è chi dice che non si presenterà neppure in Assemblea nazionale, quando bisognerà eleggere il nuovo segretario, e cioè il suo ex vice, Maurizio Martina, ad aprile. Sarebbe un bello sberleffo al ‘nuovo’ Pd, quello dei “caminetti” che sta rinascendo e che Renzi detesta dal profondo del cuore. Ma in ogni caso, l’ex segretario vuole che i suoi si armino e combattano la buona battaglia e con il coltello tra i denti.
“Orlando ci chiede di evitare strategie ‘maoiste’? Per una volta proprio lui, che ci odia, ci ha preso. Saremo maoisti!”. Il renziano di prima fascia che parla, sotto rigorosa garanzia di anonimato, è contento, quasi euforico. “Non solo Matteo – continua nel ragionamento – ci ha detto che ‘non molla’, ma quando sta all’opposizione, come lo fu di Bersani nel partito e di Letta al governo, dà il meglio di sé e noi daremo il meglio con lui”. E così è l’idea della “strategia maoista” che affascina, ora, gli ultimi pasdaran del renzismo. “Sparare sul quartier generale” diceva, appunto, il comandante Mao Tse-Tung. I renziani come tanti maoisti ‘guardiani’ di una ‘Rivoluzione’ per ora sconfitta? Si vedrà. Certo è che, per paradosso non troppo paradossale, a Renzi e ai suoi ‘conviene’ che non si facciano subito, le primarie. Anche scontando defezioni varie di ogni tipo, i renziani controllano ancora tutti gli organi del partito: in Direzione la maggioranza renziana uscita dall’ultimo congresso conta 162 membri su 214, i renziani puri sono 120, in Assemblea i delegati eletti sulla basa della vittoria di Renzi sono 460 su 900 componenti, anche se calassero potrebbero impedire, in ogni caso, l’elezione di un segretario a loro troppo ostile. 
Renzi stesso, in ogni caso, ieri ha parlato, e in tutte le salse. Prima l’intervista al Corriere della Sera, poi la Enews. La Direzione del Pd non è manco iniziata e si parla solo di lui. Chiari, nella loro durezza, i concetti esposti. Uno: “Mi dimetto da segretario, ma non mollo, non lasceremo mai il futuro agli altri, abbiamo perso solo una battaglia” (questa è rivolta a Paolo, malato di sla, tramite Enews). Due: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito” (questa è al Corsera), cui segue esplicativo corollario: “Ho visto piaggeria e viltà”, anche “l’opportunismo dei mediocri”. Qui parla alla classe dirigente del Pd, alla transumanza in atto dalle fila dei suoi. L’avviso ai naviganti è “In futuro potremmo tornare” perché “io me ne vado dalla segreteria, non dal partito”, frase la cui traduzione è: non fonderò (per ora? chi lo sa) un partito alla Macron. Tre: per il futuro governo, “non c’è un esecutivo con M5S o Lega che possa avere il nostro appoggio”, condito da un bel ‘no’ tondo anche a qualsivoglia “governo di unità nazionale” perché “deve giocare chi ha vinto”. Qui il messaggio non è rivolto solo agli ‘inciucisti’ e ai ‘trasformisti’ del Pd (leggi alla voce: Franceschini, ma anche Gentiloni, Minniti, etc.), ma serve che arrivi dritto dritto al Colle. E il messaggio è questo: Mattarella sappia che se il Pd sarà ‘tentato’ da un governo politico con chiunque, ma anche da un governissimo sotto mentite spoglie, Renzi e i renziani doc, quelli rimasti fedeli a lui, non ci staranno. Il problema sono, e restano, i gruppi parlamentari: al Senato, i renziani sono “certi” di avere con loro 20/25 “irriducibili” (sulla carta sarebbero 35) sui 57 componenti del gruppo Pd. Alla Camera i numeri ballano: sarebbero 50 i renziani sicuri (80 ci sono solo sulla carta) su un gruppo di 108 eletti al Pd. Pochi, forse, per imporre la linea ed entrambi i capigruppo, quando ci sarà da eleggerli, abbastanza per affondare un governo con chicchessia.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 marzo 2018 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.