NEW! Il risiko e il toto nomi dei presidenti di Camera e Senato. Procedure, regole e strategie dei principali partiti attori della scena

Pubblico qui, rimaneggiando l’articolo uscito in precedenza sullo stesso argomento, un articolo che, già uscito nei giorni scorsi su @Quotidiano.net, verrà ripubblicato sul sito.
Toto-nomi, schieramenti e posizioni cambiano di giorno in giorno, solo le regole sono sempre le stesse…



Ettore Maria Colombo – ROMA

Ancora pochi giorni e sapremo.
Venerdì 23 marzo alle ore 10.30 al Senato e alle ore 11.00 alla Camera si aprirà la prima seduta inaugurale del nuovo Parlamento: 315 senatori (più sei senatori a vita) e 630 deputati per un totale di 945 parlamentari eletti, 951 considerando, appunto, anche i senatori a vita. Chi andrà a ricoprire i prestigiosi ruoli di presidenti di Camera e Senato? Le presidenze delle Camere saranno foriere di un accordo politico tra le maggiori forze politiche presenti in Parlamento in vista delle consultazioni per la formazione del governo o saranno solo ‘di garanzia’ tra di esse e, magari, concordate anche con l’opposizione (ad oggi, quella del Pd)? L’elezione dei nuovi vertici di palazzo Madama e palazzo Montecitorio segneranno lo sblocco della situazione politica o la sua ennesima impasse? E, infine, con quali regole e con quali tempi si eleggono i nuovi presidenti? Una cosa è certa: il prossimo week-end politico sarà decisivo. Le segreterie dei partiti politici sono al lavoro e, mentre il Colle vigila silente, e attende le decisioni altrui, i nuovi parlamentari scalpitano perché vogliono dire la loro. Partiamo, come è giusto che sia, dalle regole e poi cerchiamo di capire i possibili scenari che si possono aprire.

Sono arrivati i nuovi eletti per il primo giorno di scuola.
Da lunedì 19 marzo i 945 (630 deputati e 315 senatori) nuovi eletti grazie al voto degli italiani del 4 marzo 2018 hanno iniziato ad espletare le formalità burocratiche per diventare, a tutti gli effetti, parlamentari della Repubblica. Tesserini, badge, uffici (provvisori, per ora), una copia della Costituzione e una del Regolamento della Camera rispettiva, presa di confidenza (almeno per i neo-eletti) con i luoghi topos dei Palazzi (Transatlantico, Buvette, Corea, uffici vari, ma anche infermeria, barbiere, sala fumatori), regole di buona creanza da rispettare (giacca e cravatta al Senato, solo la giacca alla Camera, ovviamente per gli uomini), prima visita ai meandri di Montecitorio e palazzo Madama, avvicinamento di torme di assistenti parlamentari, uffici stampa, personale che vuole avere (o riavere) un posto, conoscenza dei famosi – e temuti – commessi in livrea. Ecco le prime incombenze dei nuovi deputati.  Compresa l’iscrizione ai rispettivi gruppi parlamentari, anche se per l’elezione dei rispettivi capigruppo, deputati e senatori dovranno aspettare la settimana ancora successiva. Quando, se mai si conoscesse già – ma non sarà questo il caso – ‘chi’, tra i partiti presenti in Parlamento, è in maggioranza e ‘chi’ all’opposizione si potranno formare anche le commissioni, sia quelle permanenti che  bicamerali e speciali.
Il Grande Esordio. Il 23 marzo si terrà la prima seduta ufficiale delle nuove Camere della XVIII legislatura. Alla Camera, a presiedere, ci sarà il vicepresidente uscente più giovane (Roberto Giachetti, Pd), al Senato il senatore più anziano, Giorgio Napolitano, sarà lui ad aprire la seduta. Si parte subito, dalle ore 10.30 al Senato e dalle ore 11.00 alla Camera con la prima votazione, quindi ecco le regole.
Le regole per eleggere i due Presidenti delle Camere.
A palazzo Montecitorio l’elezione del presidente dell’assemblea scatta, nei primi tre scrutini, solo se si raggiunge la maggioranza dei 2/3, poi serve quella assoluta. Ma leggiamo il regolamento della Camera: “L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti”. Insomma, senza un accordo ‘largo’ c’è poco da fare: l’elezione del nuovo presidente della Camera dei Deputati potrebbe rivelarsi una questione lunga e complicata.
A palazzo Madama, invece, nei primi due scrutini serve la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea. Se non si raggiunge tale quorum, però, tutto si fa più semplice: il giorno successivo, cioè il 24, alla terza votazione, basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti. Qualora non sia stata raggiunta si procede, lo stesso giorno, al ballottaggio tra i due candidati più votati, basta prendere un voto in più, a parità di voti, viene eletto il candidato più anziano di età. Ma leggiamo per esteso il Regolamento del Senato: “Il Senato procede alla elezione del Presidente con votazione a scrutinio segreto. E’ eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”. Traduzione: l’elezione del presidente del Senato, a differenza della Camera, non impone un accordo tra forze politiche. Al quarto scrutinio una forza politica che non ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblea può eleggersi da sola il presidente. Ricordiamo che il presidente del Senato è la seconda carica dello Stato, e in caso di impedimento del presidente della Repubblica, ne ha il compito di supplente.

I candidati a bordo pista dei principali partiti.
I 5Stelle sono risultati non solo il primo partito del Paese, ma anche il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato (222 deputati e 112 senatori). I loro candidati in pectore sono Roberto Fico, esponente dell’ala ‘movimentista’ M5S, ma in ribasso, e soprattutto Riccardo Fraccaro, tra i fedelissimi del leader Di Maio, avvocato e protagonista della battaglia sui vitalizi nella passata legislatura. E’ girato con insistenza anche il nome dell’ex direttore di Sktg24, Emilio Carelli, ex volto Mediaset, che potrebbe vantare un buon rapporto con FI e Berlusconi. per la Camera, e quello di Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale e neo eletto al Senato dopo essere stato deputato. La Lega è il primo partito dentro la prima coalizione uscita vincitrice dalle urne, il centrodestra, ma dopo pochi giorni già non è più il primo gruppo parlamentare della coalizione perché FI l’ha scavalcata al Senato. In ogni caso conta 124 deputati e 57 senatori. I candidati di Salvini sono solo due: Giancarlo Giorgetti, uomo ombra di Bossi prima e Salvini poi, ‘grande tessitore’ delle intese del Pdl che fu ma anche in buoni rapporti con il Pd, il Quirinale, le banche, i poteri. Ovviamente alla Camera, dove Giorgetti è stato eletto, ma la Lega, come pure il centrodestra, ha puntato tutte le sue carte sul Senato. Si parla anche di Massimiliano Fedriga, che doveva essere il candidato del centrodestra in Friuli, sempre per la Camera, ma la sua candidatura è di riserva. Al Senato si irrobustisce sempre di più la candidatura dell’ex avvocato di Giulio Andreotti (ma anche di Niccolò Ghedini) Giulia Bongiorno (ex esponente di Fli di Fini) mentre invece perde quota la candidatura di Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato, il cui nome è legato alla legge elettorale Porcellum, non più nelle grazie di Salvini. Terzo incomodo, tra M5S e Lega, è Forza Italia: aveva eletto 104 deputati e 57 senatori, che però sono diventati 61 perché i 4 eletti dell’Udc nelle liste di Noi con l’Italia hanno deciso di aderire, al Senato, al gruppo di Forza Italia. Ed è proprio al Senato che ha sperato a lungo di spuntarla il capogruppo azzurro uscente, Paolo Romani, uomo di fiducia di Berlusconi, ma che i pentastellati (e i leghisti) non vogliono. Nelle ultime ore, se il centrodestra (che conta, in ogni caso, come coalizione, sul gruppone più folto: 263 deputati, tre eletti all’Estero, e 137 senatori, due eletti all’Estero) troverà la famosa ‘quadra’ stanno salendo di molto le quotazioni di Annamaria Bernini, avvocato bolognese, riconfermata senatrice di FI. Infine, nel centrodestra, c’è anche Fratelli d’Italia della Meloni (32 deputati e 17 senatori) giocano di sponda più con Berlusconi e FI che con Salvini e la Lega, in questa fase.
Fuori dai giochi, invece, è il Pd (116 deputati, di cui quattro eletti all’Estero e sei non iscritti al Pd, e 57 senatori), di cui 2 eletti all’Estero e 5 non iscritti al Pd): il ministro Dario Franceschini ha sognato per un po’ di poter diventare presidente della Camera, ma i voti dem, al massimo, potrebbero andare al candidato azzurro (Romani?) al Senato per far saltare i giochi in corso tra M5S e Lega.
Gli ‘altri’ e i seggi ‘fantasma’.
A completare il quadro, ci sono le minoranze linguistiche di Trentino e Val d’Aosta, (tre al Senato e cinque alla Camera, i 14 deputati e 4 senatori di Leu di Pietro Grasso, sei senatori a vita (solo al Senato, ovviamente) e…
…E, causa un ‘baco’ presente nella legge elettorale con cui si è votato, il Rosatellum, 10 seggi NON ancora attribuiti alla Camera e uno al Senato. Seggi che solo la Giunta per le Elezioni delle due rispettive Camere, quando si riunirà, potrà attribuire in via definitiva e finale. In sostanza, però, mentre per i dieci seggi mancanti della Camera si terrà conto delle proclamazioni – parziali – delle corti d’Appello, per il seggio mancante del Senato (il caso riguarda il M5S in Sicilia) non c’è niente da fare perché l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale e solo la Giunta per le elezioni, quando si riunirà, potrà decidere a chi spetta… Subito dopo l’elezione dei presidenti, si costituiranno anche i gruppi parlamentari dei vari partiti e inizieranno a costituirsi anche le diverse commissioni parlamentari, anche se per completare quest’ultimo atto – fondamentale per far partire la ‘macchina’ del Parlamento – bisognerà prima sapere chi andrà al governo e chi all’opposizione…
I giochi a incastro tra i partiti e la ‘partita doppia’.
Le presidenze delle Camere potrebbero costituire una ‘base d’asta’ ragionevole per la formazione del futuro governo o potrebbero risultare solo come segno di presidenze ‘di garanzia’ per entrambi i rami del Parlamento, ma di certo il ‘chi va dove’ sarà comunque decisivo per i futuri equilibri. In sintesi, le posizioni dei principali partiti sono queste. Dentro il M5S si parte da un presupposto: il partito uscito vincitore dalle elezioni ‘deve’ avere la presidenza di una delle due Camere e i pentastellati vogliono Montecitorio. La Lega sembra disposta a concedere loro questo primato (Berlusconi, invece, no, e Fd’I neppure), il Pd anche. Invece, dentro il centrodestra, regna ancora il caos. Salvini reclama per sé la presidenza del Senato, ma anche l’incarico a premier. Berlusconi vuole per sé l’alto scranno di palazzo Madama e la Meloni è sulle stesse posizioni anche se Fd’I lancia la candidatura ‘di bandiera’ della Meloni alla Camera. FI potrebbe cercare, almeno al Senato, un colpo di mano: eleggere un proprio nome con i voti del Pd, ma il Pd ci sta? Ancora ‘suonati’ dalla sconfitta, con Martina reggente e con Renzi, per ora, eclissato ma dentro i gruppi parlamentari, composti per lo più da renziani, ancora forte e determinante – il Pd è tentato da un lato di giocare di sponda con FI e, dall’altro, di mettersi all’Aventino, all’opposizione e… basta.  Come suol dirsi, i prossimi giorni saranno quelli decisivi. Eletti i due presidenti (entro il 27 marzo), dal 2 aprile inizieranno le consultazioni al Quirinale. Tutt’altra partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su @Quotidiano.net il 20 marzo 2018.