Pacchetto governo Conte: la fiducia, i vitalizi, il sottogoverno (viceministri e sottosegretari) e, soprattutto, la battaglia tra Lega e M5S sulle nomine pubbliche

Pubblico qui una serie di articoli usciti nei giorni dal I al 5 giugno, sul Quotidiano Nazionale, che si occupano della nascita del governo Conte, dai voti di fiducia nelle Camere alla tanto famosa, ma cruciale, battaglia per i posti di sottogoverno nel governo Conte (40 posti tra viceministri e sottosegretari più le presidenze delle 28 commissioni permanenti). Aggiungo un articolo, scritto in originale per il blog, sempre sul tema del sottogoverno. 

 

“Lo spoil system è giusto”. Di Maio rivendica un classico di ogni governo: la lottizzazione delle nomine pubbliche.

Articolo del 9 giugno 2018 (scritto in forma originale per questo blog)
L’unica cosa certa è che ci vorrà tempo, forse l’intera prossima settimana, per comporre il puzzle dei sottosegretari (20 all’M5S e 15 alla Lega) e dei viceministri (5 all’M5S e 3 alla Lega), il famoso ‘sottogoverno‘, croce e delizia di tutti gli esecutivi quando devono partire, per non dire delle 28 poltrone da presidente delle commissioni parlamentari ordinarie (14 alla Camera e 14 al Senato) cui vanno sommate le due giunte per le autorizzazioni a procedere e le due commissioni di garanzie (Copasir e Vigilanza Rai) le quali, per tradizione parlamentare, spettano alle minoranze e dove, infatti, se la giocano il dem Lorenzo Guerini (Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) e gli azzurri Romani o Gasparri (Vigilanza Rai), ma dove – con un blitz a sorpresa – la maggioranza di governo ‘gialloverde’ potrebbe darne una (il Copasir) al partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Infatti, avendo il premier Conte tenuto per sé la delega sui servizi segreti (Aisi e Aise), senza cederlo ai due partiti, ed essendo già il Viminale divenuto incontrastato predominio della Lega, il Copasir dovrebbe andare all’opposizione, ma Lega e M5S pensando di no, precedenti alla mano.
Nel 2013 la Lega, allora al 4% dei voti, si astenne sul voto di fiducia al neonato, allora, governo Letta e ottenne lo stesso la presidenza del Copasir che andò a Giacomo Stucchi. Oggi, basandosi su quel precedente, la maggioranza gialloverde vorrebbe che il Copasir andasse a un’esponente di Fratelli d’Italia che si è astenuto sulla fiducia al governo. Nel Pd sono pronti a denunciare quello che riterrebbero “un fatto gravissimo”, ma dopo la sortita di Matteo Renzi, che nel suo discorso al Senato ha attaccato la ministra alla Difesa (“Chiameremo la ministra alla Difesa Trenta davanti al Copasir per motivi che ella sa”…), la partita si è complicata per colpa della gaffe di Renzi (il Copasir non si è ancora né formato né riunito) e Guerini rischia di perdere una poltrona che riteneva già sua.
Delicata e importante la partita dei ruoli interni che verranno giocati alla presidenza del Consiglio. Il premier Conte ha deciso di avocare a sé la delega ai servizi segreti, dato che sia M5S e Lega la reclamavano per sé, la prima per Crimi e la seconda per Giorgetti, già ruolo chiave nella figura chiave di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ma ancora più importanti sono le partite che riguardano le nomine ai vertici dei due servizi segreti, l’Aise e l’Aisi. Il 16 giugno scade il mandato di Mario Parente, direttore dell’Aisi, il servizio segreto interno. Il governo ha davanti a sé due opzioni: sostituirlo e prendersi la prima poltrona della sicurezza interna del nostro Paese oppure azzerare l’intero vertice dell’intelligence italiana. Alberto Manenti, direttore dell’Aise, il servizio segreto estero che segue anche la difficilissima partita del contrasto al terrorismo e, anche, quella dell’immigrazione, fronte su cui ha lavorato fianco a fianco con il ministro Minniti nella sua strategia, condotta attraverso il Quirinale, anche attraverso il rafforzamento dell’intelligence per sostenere il governo Serraj in Libia e di contenimento del traffico migratorio con accordi con le tribù dei trafficanti. Manenti è stato rinnovato, per un anno, dal governo Gentiloni insieme ad Alessandro Pensa, direttore del dipartimento che controlla sia l’Aise che l’Aisi, il Dis. L’accordo raggiunto con il Parlamento alla fine della scorsa legislatura prevedeva che il nuovo governo avrebbe potuto prevedere un rinnovo completo, una volta insediato. Conte, dunque, potrebbe scegliere tutte e tre le figure apicali al vertice dei servizi. Ma l’opzione più probabile è la conferma di Parente, che non ha neppure problemi di limiti di età, fino alla scadenza degli altri due. Per ora, in ogni caso, la delega all’intelligence resta in mano al premier Conte: in base alla legge del 2007 che ha regolato l’intero comparto, può affidarla a un sottosegretario, ma non a chi ha altre deleghe, come Gianluca Giorgetti, che si deve occupare di palazzo Chigi, a partire dalla verbalizzazione dei cdm e all’istruttoria degli stessi, ruolo che nell’ultimo anno è stato ricoperto dalla sottosegretaria, ed ex ministra, Maria Elena Boschi. La quale vorrebbe che i suoi fedelissimi restino dove sono, cioè a palazzo Chigi. Infatti, avrebbe ‘caldeggiato’ a Giorgetti, suo subentrante nel ruolo, la riconferma di Paolo Aquilanti, già funzionario del Senato e consigliere di Stato, nel ruolo chiave di segretario generale. Per ora, Aquilanti è stato riconfermato per 45 giorni, “un fatto mai visto” dicono a Palazzo. Un altra pietra del potere boschiano è stata Daria Perrotta, consigliere giuridico e fino a pochi giorni fa capo della segreteria della Boschi, che potrebbe/vorrebbe restare dov’è.
Per quanto riguarda, più in generale, il cosiddetto – e sempre rispettato, da ogni governo – spoil system (“Un metodo giusto” ha messo subito in chiaro il vicepremier Di Maio), l’avviso di sfratto per molti dei titolari delle decine di poltrone sta per diventare esecutivo. Del resto, tutte le nomine pubbliche sono sottoposte alla legge 165 del 2001, legge che affida all’esecutivo il potere di far decadere, entro 90 giorni dal giuramento del nuovo governo, tutti i capi dipartimento dei ministeri e i segretari generali, i consigli di amministrazione e i collegi sindacali in scadenza nelle società direttamente controllate dal governo in carica e quelli in carica nelle società controllate indirette. Posti cui vanno aggiunti i posti in scadenza nelle società pubbliche per un totale di circa 350 posizioni. Insomma, entro settembre la mappa del Potere italiano potrebbe risultare completamente stravolta. L’epicentro è, come sempre, la presidenza del Consiglio, dove Vincenzo Fortunato, grand commis di lungo corso, è in predicato di prendere il posto di Aquilanti, protegé della Boschi.  Una scelta fondamentale per capire quale sarà il destino dei 19 Capi dipartimento di stanza a palazzo Chigi. Ruoli chiave per il funzionamento della macchina pubblica come, per dire, il Dipartimento della Protezione civile, guidato oggi da Angelo Borrelli e ruolo da cui costruì le sue fortune pubbliche Guido Bertolaso, ai tempi dei governi Berlusconi, o il delicato Dipartimento informazioni per la sicurezza, oggi guidato da Alessandro Pansa. Per il ruolo di consigliere diplomatico del premier sono in corsa gli ambasciatori Pasquale Salzano e Luca Giansanti.
Peraltro, mantenere a sé la delega sui servizi potrebbe essere un modo, per Conte, di ‘rassicurare’ gli Stati Uniti che sono – e restano – ostili alla fisionomica del governo gialloverde, soprattutto per i rapporti filo-russi che, da molti anni, la Lega intrattiene. E proprio per rafforzare la strategia del governo sull’immigrazione palazzo Chigi e Di Maio contano di fare un’altra nomina di peso, quella di Pasquale Salzano a consigliere diplomatico del premier. Giovane ambasciatore in Qatar, uno dei principali partner finanziari dell’Italia, Salzano è stato anche in corsa per diventare ministro degli Esteri, anche se dalla Farnesina avevano fatto sapere di apprezzare poco un salto di grado così drastico, ma diventare consigliere diplomatico del premier è un ottimo trampolino di lancio per fare carriera. La lista dei problemi continua con un’altra figura chiave, la delega all’Editoria, dove ora è in pole position l’ex direttore del Centro di Pescara (ma soprattutto ex giornalista ‘anti-Casta’ prima all’Espresso e poi al Fatto quotidiano) Primo De Nicola.
Per quanto riguarda il ruolo di Ragioniere generale dello Stato, l’uomo cui spetta il compito di ‘collinare’ le norme di natura finanziaria del governo (senza il suo ok non passa alcuna manovra economica e, in passato, gli scontri tra governi e Ragioneria si sono sprecati), il titolare attuale, Daniele Franco, ha appena incassato una proroga annuale ed è difficile una sua sostituzione. Più delicata la posizione del Capo Dipartimento delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, anche se il neoministro Tria è più propenso a confermare che a sostituire. Sempre al Tesoro, tra le nomine più urgenti, c’è quella della presidenza della Commissione tecnica fabbisogni standard, dalla quale dipendono scelte che spostano miliardi di spesa pubblica. Il presidente, Luigi Marattin, si è dimesso dopo la sua elezione in Parlamento (è diventato deputato del Pd). La scelta spetta al premier. Aria di grandi cambiamenti al Viminale. Sotto i riflettori c’è soprattutto la posizione del Capo della Polizia, Franco Gabrielli, che ha stabilito un buon rapporto con il ministro Salvini. Alla Difesa ballano le poltrone del segretario generale, Carlo Magrassi, e dei cinque capi attuali di Stato Maggiore delle diverse Armi. Al Mise potrebbe fare ritorno Vito Cozzoli, oggi a capo del Servizio di Sicurezza della Camera. Tra le società controllate dal Tesoro, è battaglia a due per la guida di Cassa Depositi e Prestiti, oggi guidata da Fabio Gallia e Claudio Costamagna, come presidente e ad, che hanno annunciato l’intenzione di lasciare. L’M5S preferirebbe la soluzione interna con la promozione di Fabrizio Palermo, attuale ufo. Oltre alla Cdp, andranno in scadenza, con rinnovi previsti per il mese di giugno, anche altre due importanti società pubbliche, la Sogei e il Gse.
Passando alla scacchiera dei sottosegretari e dei viceministri, le caselle più pesanti riguardano i ministeri dei due vicepremier, Salvini e Di Maio. Al Viminale, Matteo Salvini, che ha appena nominato come suo capo di gabinetto un prefetto di carriera, Matteo Piantedosi, prefetto di Bologna, punta a due fedelissimi per governare una macchina complessa che lui – facendo, insieme, il vicepremier, il ministro e il leader della Lega – farà fatica a seguire nel giorno per giorno: Stefano Candiani, fedelissimo del leader lumbard, come viceministro, e come sottosegretario Nicola Molteni, astro nascente del leghiamo di governo, ora presidente della commissione speciale della Camera che ha esaminato il Def. In caduta libera, invece, le quotazioni di Gianni Tonelli, sindacalista del Sap, noto per le sue uscite poco felici sui ragazzi uccisi o manganellati dai poliziotti. Il M5S, invece, punta a piazzare al Viminale Fabiana Dadone oppure Giulia Sarti, ma soprattutto non vuole lasciare il ministero dell’Interno in mano alla Lega. Anche al Mise (Sviluppo economico) e al Lavoro, i due ministeri che saranno accorpati per decisione del vicepremier Luigi Di Maio, i pentastellati vogliono piazzare uomini di loro fiducia (Nunzia Catalfo e Lorenzo Fioramonti, economista keynesiano) come sottosegretari e il fedelissimo Stefano Buffagni (se non la spunterà all’Economia) come viceministro mentre la Lega pensa all’ideologo della flat tax, Armando Siri, o al ligure Edoardo Rixi nella veste di sottosegretario.
Poi c’è il nodo della delega sulle Tlc (le Telecomunicazioni), ritenuto strategico un po’ da tutti – maggioranza e opposizione, specialmente da Berlusconi, che ‘teme’ per le sue tv – centro di potere che la Lega reclama per sé (in pole c’è il giornalista Alessandro Morelli, direttore del sito ‘IlPopulista.it‘) ma che i Stelle vorrebbero mantenere nel loro alveo per non fare la parte di quelli che cercano l’appeasement con il mondo Mediaset.
All’Economia si combatte per decidere chi affiancherà il ministro, il tecnico Giovanni Tria: ci spera la deputata Laura Castelli, unica donna ammessa al tavolo del contratto di governo, e al suo fianco potrebbe andare Stefano Buffagni, uomo vicino a Davide Casaleggio, che da sempre coltiva il sogno di trasformare la Cassa depositi e prestiti (Cdp) in una banca pubblica di investimenti che finanzi l’innovazione tecnologica. In pole, ovviamente, anche molti nomi del Carroccio come Alberto Bagnai, economista No-Euro. Sempre al Tesoro, ma nella casella dei funzionari, anche se in una casella cruciale, quella di direttore generale, sembra fatta per Antonio Guglielmi: famoso analista di Mediobanca, è noto per aver stimato anche i costi dell’uscita dell’Italia dall’Euro (la conclusione è stata: non ci conviene…) che così passerebbe dalla sede di Londra della banca d’affari al vertice della struttura amministrativa più importante dei ministeri.
Agli Esteri, il ministro Moavero Milanesi vorrebbe contare sull’esperienza del giornalista Emilio Carelli, eletto con i 5Stelle, già volto noto di Mediaset e di Sky, ma in pole position, sempre tra i grillini, ci sono Emanuela Del Re e il ‘putiniano’ Manlio Di Stefano, diventato famoso anche per le sue prese di posizione pro-Palestina e pro-Venezuela di Maduro, ma si fa anche il nome del deputato lucano Vito Petrocelli. Sempre per gli Esteri si è fatto avanti il senatore eletto all’Estero e leader del piccolo Maio, Antonio Riccardo Merlo, che vuole far valere i suoi buoni rapporti con gli italiani all’estero e che, con il suo collega eletto all’Estero Cairo ha votato la fiducia al governo al Senato. Salvini, invece, vuole assicurarsi per la Lega un’altra delega importante, quella della Cooperazione internazionale, ma per una figura che sta ancora individuando.
Alla Giustizia, il guardasigilli Alfonso Bonafede deve ancora decidere chi nominare come suo capo di gabinetto (che conta molto di più di un sottosegretario) e non ancora ha deciso: in posizione privilegiata, nella corsa, c’è il magistrato Alessandro Pepe, della stessa corrente dell’ann il cui leader è il giudice Piercamillo Davigo, molto amato dai 5Stelle per le sue storiche battaglie condotte nel nome della lotta alla corruzione. Per le poltrone dei due vice del dicastero e per ricoprire il ruolo di direttore del Dap (che gestisce un altro dossier caldo, quello delle carceri) ci sono i magistrati Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, pm antimafia e altro nome molto ammirato nella galassia a 5Stelle.
Alle Infrastrutture la Lega vuole mettere, per affiancare il ministro Toninelli (M5S), l’ex direttore generale di Infrastrutture lombarde Guido Bonomelli e il leghista Raffaele Volpi (se quest’ultimo non andrà alla Difesa) che per Salvini ha messo in piedi la rete di ‘Noi con Salvini’ nel Sud Italia, oppure Barbara Saltamartini (ex An, ex Ncd, ora Lega), una delle poche donne in ballo. Buone le chance, sempre per il motivo della scarsa presenza di nomi femminili al governo, della bolognese leghista Lucia Borgonzoni.
Sulle presidenze delle commissioni parlamentari – che darebbero dovute già essere partite ma la cui costituzione ancora tarda proprio perché mancano le caselle di viceministri e sottosegretari, fatto che impedisce, però, che le Camere possano iniziare a lavorare normalmente – all’interno del patto gialloverde varrà la regola che chi prenderà la presidenza di una commissione alla Camera non potrà avere lo stesso ruolo al Senato per lo stesso partito (e viceversa). I pentastellati stanno procedendo con una pratica classica, quella dei curricula, che stanno individuando per piazzare nelle commissioni chiave i loro uomini. e le loro donne. Giulia Sarti e Vittorio Ferraresi sono i nomi in lizza per dirigere i lavori della commissione Giustizia, Carla Ruocco ambisce a presiedere la commissione Finanze, lasciando spazio al leghista, e altro economista No-Euro, Claudio Borghi, per dirigere la commissione Bilancio. Corrono per le presidenze delle commissioni Esteri i deputati pentastellati Marta Grande e Manlio Di Stefano, se dovesse perdere la gara da viceministro agli Esteri.
Per quanto riguarda le presidenze dei gruppi parlamentari, i 5Stelle hanno già deciso di nominare il triestino Stefano Patanuelli, al debutto in Parlamento, e per il messinese Francesco D’Uva a Montecitorio. La Lega ha eletto …


salvini

Il leader della Lega, Matteo Salvini

Articolo del 5 giugno 2018. 

FIDUCIA OGGI IL DISCORSO DI CONTE: UE PIÙ EQUA E LAVORO

Sottogoverno. Giorgetti è in pole ai Servizi. Un fedelissimo di Salvini alle Tlc

Ettore Maria Colombo ROMA
MATTEO SALVINI che incontra, in un vertice non previsto ma cruciale, Silvio Berlusconi. Lo stesso Salvini che parla a lungo al telefono, da vicepremier a vicepremier, con Luigi Di Maio. Nella guerra non dichiarata, ma reale e durissima, sui posti di sottogoverno – che va avanti, in modo serrato, da giorni, tra Lega e M5S (40 posti tra viceministri e sottosegretari più le presidenze delle 28 commissioni permanenti) – la partita più difficile ta da gestire è quella su chi avrà la delega alle Tlc, le telecomunicazioni. Per prassi affidata a un viceministro (quello uscente era il dem Antonello Giacomelli: torme di giornalisti, Rai e Mediaset, gli facevano corona a ogni passo), la delega alle tlc vale, di fatto, quanto un ministero, per importanza e prestigio. Formalmente posta all’interno del Mise, ha sede e struttura autonoma, oltre che potere. Per capirsi, le nomine del nuovo Cda Rai, sempiterno termometro di chi comanda si decidono lì. E parlando di Rai va segnalato che, in base al nuovo regolamento, sono ben 196 le candidature arrivate alla Camera per il nuovo Cda, tra cui  Minoli e Santoro.
E COSÌ, se la delega sulle Tlc andrà alla Lega come sembra si dirà che Berlusconi ha strappato la «pace» (fredda) con Salvini, se invece andrà all’M5S si dirà che il nuovo governo vuole «minacciare» Mediaset (e la Rai). Dovrebbe spuntarla, a sentire le ultime voci, il giornalista Alessandro Moretti, un outsider, considerato un fedelissimo di Salvini per cui ha fondato e dirige il sito di battaglia politica “Il Populista.it”. Il Cav può dormire, dunque, almeno così spera, sonni tranquilli, ma dentro alla Rai, a partire dai piani alti di viale Mazzini, resteranno tutti con il fiato sospeso, specie i direttori di tg e gr. La Lega potrebbe fare la parte del leone anche con un’altra delega importatissima, quella ai servizi segreti: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti detto anche il Richelieu di Salvini, potrebbe spuntarla sul penta stellato Vito Crimi, a meno che il premier Conte non decida di avocare a sé la partita e la delega.
Per l’organismo di controllo dei servizi, il Copasir – una delle due commissioni bicamerali che, per tradizione parlamentare, sono appannaggio dell’opposizione, insieme alla Vigilanza Rai e alle due Giunte per le autorizzazioni a procedere – è in pole il dem Lorenzo Guerini mentre alla Vigilanza Rai dovrebbe ‘vigilare’ l’ex capogruppo azzurro Paolo Romani, a meno che FI non indichi per quella poltrona Maurizio Gasparri. Tra gli altri nomi in ballo per la Lega c’è Nicola Molteni: se non subentrerà a Giorgetti come capogruppo della Lega, potrebbe andare alla Giustizia a marcare a uomo il Guardasigilli M5S Bonafede. A quel punto Guido Guidesi governerebbe i leghisti alla Camera e Stefano Candiano i senatori, al posto del neo ministro Centinaio. L’M5S, invece, sceglierà oggi, con un’assemblea congiunta dei gruppi, i successori di Toninelli e Grillo, promossi ministri. Per ora, restano in carica i due loro vicari: Vito Crimi e Laura Castelli. Le presidenze delle commissioni ordinarie sono un altro gioco a incastro, ma per ora restano alte, in due commissioni chiave, quelle del Bilancio, le quotazioni del leghista euroscettico Claudio Borghi alla Camera e dell’ideologo della flat tax, Alberto Bagani, al Senato, mentre, sempre in tema economico, il deputato genovese della Lega, Edoardo Rixi, dovrebbe diventare viceministro all’Economia o alle Infrastrutture e Alberto Brambilla, in quota Lega, ex Pdl, andare al Lavoro come viceministro.
INTANTO, tra oggi e domani, il governo gialloverde affronta il doppio voto di fiducia all’interno delle due Camere. Si parte, oggi alle 12, al Senato con il discorso del premier Conte e, dalle 14.30, con la discussione generale, infine con il voto, per appello nominale. Il premier incentrerà il suo discorso sulla centralità dell’Europa, l’immigrazione e i punti principali del programma del cambiamento. Nessun cedimento, quindi, su fisco, reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero e regolamento di Dublino. Seguirà il voto di fiducia. Sulla carta, la maggioranza di Lega (58 senatori) e M5S (109) non è robustissima, ma ai 167 voti certi vanno sommati altri quattro senatori (due del Maie, due ex M5S) e si arriva a 171, dieci voti in più del quorum, fissato a 161. Con i voti del gruppo delle Automie-Svp, la maggioranza potrebbe arrivare a 174-175 voti, senza dire che i 18 senatori di Fd’I sceglieranno l’astensione. Ad ascoltare Conte ci saranno tutti i big, da Renzi a Casini fino ai senatori di FI (Berlusconi se lo guarderà da casa). Domani, alla Camera, per il governo Conte le cose saranno più agevoli: l’esecutivo conta su ben 346 voti favorevoli (222 deputati M5S, 124 Lega), su un gruppetto di ex eletti M5S e del Maie (5) e delle Autonomie, che voteranno la fiducia, e sull’astensione di Fd’I.
© RIPRODUZIONE RISERVATA – L’articolo è stato  pubblicato il 5 giugno 2018 sul QN. 


di maio

Il leader dei 5Stelle Luigi Di Maio

Articolo del 4 giugno 2018.

Di Maio, promette: «Aboliamo i vitalizi» Ma il presidente della Camera Fico frena

Ettore Maria Colombo – ROMA
LUIGI DI MAIO ieri ha annunciato che «una delle prime cose che faremo è abolire i vitalizi perché la delibera è già pronta. Roberto Fico ci ha lavorato mentre si formava il governo». Vero, ma in parte. La delibera sui vitalizi, battaglia storica dei 5 Stelle dalla loro nascita, è pronta da settimane ma non decolla, anzi stenta a partire. I motivi sono diversi, ma le perplessità avanzate proprio dal presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, sono tra questi. Il primo intoppo lo denuncia Danilo Toninellineoministro alle Infrastrutture ma ancora, seppur per poco,  questore della Camera ed ex capogruppo – che denuncia come «al Senato l’istruttoria sui vitalizi dei questori (sono tre in ogni Camera e vigilano su ogni atto dell’amministrazione, detti gli interna corporis del loro ramo di Parlamento, ndr) si sta concludendo in maniera scandalosa: sembra ci siano dei profili di incostituzionalità sull’abolizione».
UNA TESI sostenuta soprattutto dagli ex parlamentari (in ballo ci sono 2.600 assegni). Sia la mai nata legge Richetti, che voleva abolirli con una legge ordinaria, sia la delibera dell’ufficio di presidenza della Camera che, nella passata legislatura, aveva introdotto, su proposta della dem Marina Sereni, allora vicepresidente della Camera, un prelievo una tantum detto “di solidarietà” per gli ex parlamentari oltre un certo reddito, erano sotto scacco del ricorso dell’Associazione degli ex parlamentari. Assai combattiva, ovviamente, sulla difesa dei propri privilegi (le pensioni, d’oro o meno, intascate), ne è presidente, l’ex deputato dell’Idv Antonello Falomi. Ma se sulla poltrona di palazzo Madama siede l’azzurra Alberti Casellati, ritenuta ‘tiepida’, se non ‘scettica’, sulla tanto strombazzata abolizione dei vitalizi della (ex?) Casta, a palazzo Montecitorio siede un grillino della prima ora. Fico, appunto. Bene, sembra che anche Fico – che ha preso subito un piglio istituzionale molto apprezzato anche dallo stesso Capo dello Stato, cui telefonò subito per dirgli, nel giorno più drammatico della crisi di governo, domenica scorsa, che riteneva la richiesta di impeachment avanzata da Di Maio una follia in termini costituzionali e politici – sia diventato molto sensibile alle sollecitazioni della ‘struttura’. Struttura che, a Montecitorio come a palazzo Madama, è fatta di segretari generali, funzionari, parlamentari (questori e non solo) che ragionano codici e Costituzione alla mano. «In punta di diritto», come suol dirsi. Fico ora li ascolta.
INOLTRE, sempre Fico, avrebbe ascoltato, senza respingerle sdegnato, e in parte recepito le proteste dell’Associazione degli ex parlamentari. Il punto è che solo la Camera può giudicare… la Camera (idem il Senato) perché vige il regime detto della ‘autodichìa’. Vuol dire che i due rami del Parlamento si autogiudicano e le loro decisioni non sono appellabili neanche presso la Consulta. Resta che, politicamente, l’idea di un Fico ‘frenatore’ su un tema così caro ai 5 Stelle (e a Di Maio) sta causando non poche tensioni tra i due riconosciuti leader del Movimento. Resta da vedere, alla fine, chi la spunterà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA – NB: l’articolo è pubblicato il 4 giugno 2018 su QN


La prima Rai, logo

Il primo logo della Rai-tv (1953).

Articolo del 4 giugno 2018. 

Risiko poltrone, trattativa giallo-verde. Vice all’Economia: in pole Bagnai e Siri (Lega), Buffagni e Castelli (M5S) premono

Ettore Maria Colombo ROMA
LA PARTITA più agevole, per il governo gialloverde, sarà quella della fiducia che si giocherà tra domani al Senato e mercoledì alla Camera. Alla Camera l’esecutivo Conte gode di una maggioranza solida (346 voti a favore: 222 M5S e 124 Lega), ma arriveranno aiuti dal gruppo Misto. Al Senato, la maggioranza è più risicata (109 M5S e 58 Lega, totale 167) cui però vanno aggiungi altri quattro senatori (2 ex M5S, 2 Maie) e già si sale a quota 171. Inoltre, Fd’I si asterrà in entrambe le Camere. Più complicata e difficile la partita del sottogoverno (viceministri e sottosegretari) che si aprirà solo oggi.
UN DELICATO gioco a incastro che agita le due forze politiche: dovrebbe chiudersi con 5 viceministri e 20 sottosegretari per il M5S, tre viceministri e 15 sottosegretari per la Lega. La partita si intreccia a un altro dossier delicato, quello delle deleghe: le Telecomunicazioni sono al centro di un braccio di ferro, ma dovrebbe andare alla Lega  insieme allo Sport e all’Editoria, forse al sottosegretario Giorgetti, mentre la delega dei servizi segreti dovrebbe andare al senatore Vito Crimi (M5S), che già è stato membro del Copasir nella scorsa legislatura oppure potrebbe avocare a sé la delega Conte. Tra i nomi che circolano con insistenza dentro l’M5S, ci sono Stefano Buffagni, Luca Frusone, Gianluca Vacca, Andrea Cioffi. Buffagni, l’uomo del Movimento che ha in mano il dossier nomine sulle società partecipate, è pronto per il ministero dell’Economia come vice di Tria. Ma quella di via XX Settembre è una casella cui punta anche un’altra grillina di peso, Laura Castelli. Buffagni, in quel caso, andrebbe al ministero dello Sviluppo economico per aiutare Di Maio che deve gestire due dicasteri, il Mise e il Lavoro. Crescono, in casa 5Stelle, le quotazioni di Frusone, come sottosegretario alla Difesa, e dell’abruzzese Vacca come viceministro dell’Istruzione. Ormai assodata sembra la nomina di Manlio Di Stefano a viceministro degli Esteri: il grillino di origini siciliane che gode del placet della Lega per le sue posizioni filo-russe e pro Palestina. Il senatore Cioffi circola come sottosegretario alle Infrastrutture. Lorenzo Fioramonti, deputato ed ex professore a Pretoria ‘nominato’ ministro dell’M5S in campagna elettorale, potrebbe rientrare in pista e, con lui, anche Nunzia Catalfo, la senatrice che firmò la proposta di legge sul reddito di cittadinanza che potrebbe andare al ministero del Lavoro, dove si gioca le sue chances anche Alberto Brambilla (Lega). 
E, IN CASA Lega, sempre in pole position c’è Nicola Molteni, giovane e brillante leghista su cui Salvini ha investito molto: potrebbe aiutarlo al Viminale o andare alla Giustizia. Alberto Bagnai e Armando Siri, il primo economista euroscettico il secondo ideologo della flat tax, sono entrambi in corsa per il Mef con il mandato di ‘circondare’ il tecnico Tria. Circolano forti i nomi di Raffaele Volpi alla Difesa, Edoardo Rixi per il Mise, Guido Bonomelli ai Trasporti. Infine, da riempire ci sono anche le caselle di ben quattro nuovi capigruppo: sia nella Lega che nei 5 Stelle le presidenze dei gruppi parlamentari sono infatti rimaste vacanti dopo le promozioni di Grillo e Toninelli (M5S) e di Centinaio e Giorgetti (Lega) al governo in qualità di ministri. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA – Articolo pubblicato su QN il 4 giugno 2018


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Via al valzer delle nomine La partita decisiva è Cdp: Sarmi e Palermo favoriti Partecipate e grand commis, 350 caselle da definire

Alberto Pieri – ROMA
IL DOSSIER nomine è già sul tavolo del nuovo governo. La posta in gioco è notevole: nelle prossime settimane ci sono da rinnovare circa 38 poltrone È solo un assaggio: da qui al 2019 bisognerà fare non meno di 350 nomine. E il risiko potrebbe diventare ancora più ricco se l’esecutivo giallo-verde facesse valere una norma del 2002, in piena era Berlusconi, quando si decise che il nuovo esecutivo poteva azzerare le scelte del precedente fino a sei mesi prima della scadenza legislatura. In questo caso l’elenco potrebbe estendersi anche a Ferrovie dello Stato, dove il renzianissimo Renato Mazzoncini è stato confermato a dicembre. O a Mps dove l’ad Marco Morelli è stato appena riconfermato. Potrebbe tornare sotto osservazione anche Mario Nava, presidente della Consob. Tutte posizioni che il governo considera strategiche e che potrebbero delineare la nuova mappa del potere della Terza Repubblica.
LA PARTITA decisiva nei prossimi giorni sarà quella di Cassa Depositi e Prestiti. Claudio Costamagna e Fabio Gallia, rispettivamente presidente e ad, hanno già le valigie pronte. Entro il 16 giugno il neo ministro dell’Economia, Tria, dovrà presentare la lista con i nuovi vertici, in vista dell’assemblea del 20 giugno (il 28 in seconda convocazione). In caduta le quotazioni di Dario Scannapieco, numero due della Bei (Banca europea per gli investimenti). Nel caso si decidesse per una nomina interna, potrebbe tornare alla ribalta Fabrizio Palermo. Fra gli outsider l’ex di Poste Massimo Sarmi, ma si vocifera anche di un ripescaggio del numero due di Poste, Matteo Del Fante. La lista dei papabili è lunga: dal capo delle attività italiane di Deusche Bank, Flavio Valer all’ex Banca Imi, Gaetano Miccichè. Spetta invece alle Fondazioni ex bancarie la scelta del presidente. Fra i nomi in pista quello del bocconiano Massimo Tononi. Ma non è escluso neanche un diretto coinvolgimento di Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e Acri.
ALTRA NOMINA pesante è quella della Rai, dove bisogna rinnovare il Cda e dove previsto un radicale spoils system, con l’uscita dell’attuale presidente, Monica Maggioni, e del dg Mario Orfeo. Il nuovo cda passerà da 9 a 7 membri: due a testa decisi da Camera, Senato e Mef più uno in rappresentanza dei dipendenti. La tentazione di 5 Stelle e Lega sarebbe quella di occupare tutte le poltrone. Per l’incarico di direttore generale si parla con insistenza di Fabrizio Salini (ex Sky e Fox tv). Fra i probabili ritorni, quello di Milena Gabanelli. Per la poltrona di presidente da notare l’insolito attivismo di Nino Rizzo Nervo. A cascata l’elenco delle società da rinnovare nelle prossime settima è lungo: da Sogei a Invimit, dal Gestore dei Servizi Energetici a Simest, dalla Sace a Eur Spa. Si aggiungano le nomune delle due authority: quella per l’Energia e quella per la Concorrenza dove il presidente, Giovanni Pitruzzella, concluderà il mandato a fine ottobre per trasferirsi alla Corte di Giustizia. Dovrà poi essere sostituito il direttore generale del Tesoro, dopo l’uscita di Vincenzo La Via.
© RIPRODUZIONE RISERVATA – Articolo pubblicato il 4 luglio 2018


 

mattarella parla

Il Capo dello Stato parla alla fine delle consultazioni

Articolo del I giugno 2018

Conte premier, Salvini e Di Maio vice: “Al lavoro per il benessere degli italiani”. La Lega cede su Savona, Trina all’Economia. Mattarella: un itinerario complesso

Ettore Maria Colombo ROMA
LA NASCITA o, meglio, la rinascita del governo giallo-verde è la breaking news di mezzo mondo, almeno quello dell’informazione. Torme di parlamentari, terrorizzati dalle urne, e di giornalisti, stremati da 88 giorni di crisi (la più lunga nella storia della Repubblica), brindano allo scampato pericolo. Il premier tecnico incaricato, Carlo Cottarelli, esce di scena, tra gli applausi della sala stampa, e il premier politico incaricato, Giuseppe Conte, sale al Colle alle 21. In 24 ore si passa dal baratro dell’incertezza per un’Italia a rischio default a un governo giallo-verde inedito e nuovo, pur se solo in parte, che sarà marcato a vista, dalla Ue e dai mercati, ma che ora c’è. Di mattina presto, Salvini annulla tutti i suoi impegni elettorali e si precipita a Roma. Va a Montecitorio dove si chiude per un vertice con Di Maio che dura quattro ore. Tutto si gioca intorno a una casella fondamentale, quella dell’Economia, su cui Mattarella, una settimana fa, aveva stoppato il nome di Savona. Salvini toglie di mezzo l’ingombrante professore, recuperato in altra casella, gli Affari europei, entra in campo Giovanni Tria.
ECONOMISTA di ottima caratura, amico e sodale di Renato Brunetta, oltre che vicino all’allora Pdl, Giovanni Tria è solo «moderatamente» euroscettico, favorevole alla flat tax, meno al reddito di cittadinanza. Una scelta non facile, per Di Maio ma soprattutto per Salvini, i quali poi si acconciano anche a cedere su un altro fronte cruciale per il Colle. Il nome del ministro degli Esteri diventa quello di Enzo Moavero Milanesi, legato a doppio filo con la Ue, la Nato ed europeista doc. Al vertice dei due leader – che non solo diventano ministri di due dicasteri chiave, gli Interni per Salvini e il Lavoro più lo Sviluppo per Di Maio, ma anche vicepremier politici – si aggiunge anche il premier incaricato (di lì a poco). Quel Giuseppe Conte che, di mattina, era a Firenze all’Università.
IL SOLO VERO ‘giallo’ della giornata si consuma intorno alla partecipazione, o meno, al governo della Meloni e di Fratelli d’Italia: lei ambirebbe a fare il ministro. Per Salvini sarebbe un indubbio rafforzamento (forse persino eccessivo), ma tra i 5Stelle scatta il panico, misto alla rabbia, specie tra gli ortodossi, per l’eccessivo squilibrio a destra dell’esecutivo. Alla fine, la Meloni passa la mano (si limiterà all’appoggio esterno) e tutti gli altri guai si appianano, anche se la lista dei ministri (17) viene limata fino all’ultimo e uscirà, alla fine, con la nomina a sorpresa di Toninelli alle Infrastrutture. «E’ stato raggiunto l’accordo per un governo politico» recita il comunicato congiunto dei due leader. Il Pd, ovviamente, non tocca palla. Berlusconi, invece, è furibondo perché alla Giustizia ci va un grillino, Bonafede, e le Tlc stanno dentro il ruolo di Di Maio.
La scena si sposta al Quirinale, dove tocca a Carlo Cottarelli uscire di scena, rinunciando all’incarico con classe ed eleganza, poi a Conte salire per un colloquio con Mattarella. Il premier incaricato Conte scioglie la riserva seduta stante e legge la lista dei ministri: spiega che Di Maio e Salvini «mi affiancheranno» nella guida del governo, «al lavoro per il benessere degli italiani». In più, preannuncia la nomina di Giorgetti (Lega) a sottosegretario alla Presidenza. Oggi pomeriggio, giorno della Festa nei Giardini del Quirinale, il giuramento, lunedì e martedì, o martedì e mercoledì al massimo la fiducia prima al Senato e poi alla Camera perché bisogna rispettare l’ordine dei tempi repubblicani. Il governo giallo-verde è nato. Come dice Mattarella, «si è concluso un lungo e complesso itinerario», ma per fortuna, a non farlo deragliare, c’era lui.
© RIPRODUZIONE RISERVATA – Articolo pubblicato su QN il I giugno 2018. 


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