I big dem puntano su Zingaretti e chiedono il congresso subito. Renzi incerto sul da farsi. Calenda spara: “Azzerare tutto”

Nicola Zingaretti, governatore del Lazio (foto La Presse)

I big dem puntano su Zingaretti e chiedono il congresso subito. Renzi incerto sul da farsi. Calenda spara: “Azzerare tutto”

Pubblico qui due articoli scritti ieri, in due differenti versioni, per QN, sul Pd. 

ROMA – 26 giugno 2018 – 

A mali estremi, estremi rimedi. Il Pd, sconfitto e in panne fin dentro le sue (ormai ex) storiche roccaforti rosse, decide di affidarsi all’ennesimo salvatore della Patria. Questa volta si chiama Nicola Zingaretti, di mestiere fa il presidente della regione Lazio (appena rieletto, il 4 marzo scorso, per un secondo mandato, ma con una maggioranza, in regione Lazio, assai ballerina e difficile da mantenere che si regge solo con il supporto, di fatto, dei 5Stelle), viene dal Pci-Pds-Ds (ma ieri ha detto che “è finito un ciclo storico”), ha una simpatica zeppola nella voce, è calvo e soprattutto è il fratello del più noto Luca, il commissario Montalbano diventato celebre grazie agli sceneggiati tv tratti dai romanzi di Andrea Camilleri. Ieri, una riunione segreta dei maggiorenti di governo del Pd (Gentiloni, Veltroni, Franceschini, Orlando, Minniti mentre il segretario reggente, Maurizio Martina, ha provato a resistere ma che, alla fine, ha dovuto accettare, obtorto collo, il verdetto e, dunque, la fine preventiva della sua breve reggenza) hanno deciso, tutti concordi, due cose: chiedere (e pretendere) un “congresso anticipato”, al grido di “congresso subito”, contro Martina stesso, Orfini e i renziani che vorrebbero, invece, tempi più lunghi e distesi; e investire della candidatura a segretario Zingaretti che, al massimo, alle primarie che, in questo schema, si terrebbero ad ottobre, si ritroverebbe contro due renziani ‘atipici’ come Matteo Richetti e Deborah Serracchiani, i quali non lo impensieriscono di certo e che non avrebbero il sostegno neppure di Renzi ma solo di loro stessi. Dunque, il percorso che si prefiggono i big è chiaro: togliere, in via definitiva, il Pd dalle mani di Renzi (con il congresso Direzione e Assemblea nazionale decadono per eleggere organismi dirigenti nuovi) e consegnarlo nelle mani di Zingaretti, preservando, ovviamente, il loro potere di interdizione. Niente più, quindi, come voleva Martina ma anche i renziani (Orfini, Guerini, Marcucci, Delrio), quei ‘tempi lunghi’ che prevedevano una reggenza di Martina che, magari affiancato da un vicesegretario di fede renziana (Luca Lotti), avrebbe preferito tirare a campare per tutto il 2018.

Ma Renzi che farà? C’è chi lo invita a resistere e opporsi (“Matteo, dai battaglia” lo consiglia Luca Lotti, l’amico di sempre, ma anche il capogruppo al Senato Marcucci) e chi, invece, lo invita ad accettare l’accordo con Zingaretti (Guerini, Orfini) ma con tempi più lunghi e distesi per poter organizzare meglio la transizione verso un nuovo congresso e garantirsi delle ‘quote’. Matteo Renzi sta pensando cosa gli convenga di più: se fondarsi un partito tutto suo, ‘à la Marcon’(non lo farà, non subito); dare battaglia appoggiando suo candidato (Delrio? Se fosse disponibile!, ma non lo è); disinteressarsi del Pd e parlare di ‘grandi temi’ (conferenze, una Fondazione, la Leopolda); trovare una formula di ‘non belligeranza’ con Zingaretti. In ballo, anche se smentito, anche il progetto di una trasmissione tv sul web (Netfix il canale individuato) di taglio ‘culturale’.

Intanto, il Pd: perde e, “dunque”, litiga anche dopo una sconfitta storica, perché, come si sa, il Signore acceca chi vuol perdere. Un vero tracollo, quello subito alle comunali, dopo le Politiche: ai ballottaggi il Pd prevale solo in 5 città sulle 17 che governava. I dem perdono il controllo di roccaforti storiche (Terni, Imola, Ivrea) di ormai ‘ex’ “regioni rosse” e una intera regione chiave, la Toscana, dove ormai governa i dem in soli 3 capoluoghi di provincia (Firenze, Prato, Luccca) su 11 quando, rispetto al 2013, ne governava 10 su 11. Il Pd, in Toscana, ha perso le città una dopo l’altra (solo ieri Pisa, Massa e Siena) a favore del M5S (Livorno e Carrara) e, soprattutto, del centrodestra (tutte le altre). Una regione, ormai, non più ‘sicura’, la Toscana, oggi governata dall’ex dem oggi in Leu Enrico Rossi e dove si voterà nel 2019, al punto che il sindaco di Firenze, Dario Nardella, sta seriamente pensando di non ricandidarsi, nel 2019, alla guida del comune perché rischia la sconfitta. Non va meglio nelle altre regioni italiane ancora in mano al Pd: in Umbria e in Piemonte si vota l’anno prossimo, la Lega è convinta di vincerle entrambe, e spera nel colpaccio anche in Toscana, e il Pd, di fatto, quasi sicuro di perderle, anche se in Piemonte si ricandiderà Sergio Chiamparino. Anche l’Emilia-Romagna, dove nel 2013 si è votato e ha vinto il dem Bonaccini ma con una partecipazione al voto del 35%, non è più sicura, come dimostrano i risultati dei ballottaggi (vedi la sconfitta a Imola, ma anche a Brescello) e la Regione è a rischio. Insomma, il Pd è confinato, di fatto, nei centri storici delle principali città italiane e in poche zone (non più regioni) rosse.

Poi, però, c’è il solito, logoro e triste, copione del ‘tutti contro tutti’ che colpisce il Pd come una tarantola a ogni sconfitta. Quello andato in onda ieri prevede che inizi la giornata l’ex ministro Carlo Calenda: rilancia la sua proposta di un “fronte repubblicano” cui aggiunge la necessità di “ripensare tutto” per andare “oltre il Pd”. Il segretario reggente, Maurizio Martina, non è d’accordo: preferisce il termine “ripensamento” e basta (sic), ma ammette che “c’è un cambiamento profondo da capire”. Ad Andrea Orlando, leader di una delle due minoranze dem, non piace il “fronte repubblicano”, che derubrica a “formuletta”, vuole parlare “delle condizioni materiali delle persone” e aprire una “fase costituente”. Gianni Cuperlo, forse in preda allo sconforto, invoca che il Pd “chieda scusa” ai suoi elettori. Michele Emiliano, leader dell’altra minoranza interna, insieme ad Orlando, guarda solo il suo ombelico (“In Puglia il Pd ha vinto 10 a 1!”). Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci, renziano di ferro, punta il dito contro Gentiloni e gli altri big, tutti impegnati a cercar voti (mai arrivati) al Pd in quest’ultima campagna elettorale mentre Renzi era costretto a non farsi vedere nelle diverse città al voto: “Abbiamo perso male e il tema su cui perdiamo è la sicurezza, ma il Pd perde anche senza Renzi”. Il presidente del partito, Matteo Orfini, dopo aver detto che “rifondare il Pd è indispensabile”, ma che “oltre il Pd c’è la destra”, annuncia “nuove regole” per le primarie e per il congresso.  Tra le nuove regole, ancora in cantiere e che comunque un’Assemblea nazionale convocata ad hoc dovrebbe votare, scomparirebbe la coincidenza, prevista dallo Statuto sin dalle origini, quello varato e voluto da Veltroni segretario, tra segretario e candidato premier; inoltre, ci sarebbero modalità di iscrizione all’albo degli iscritti-elettori delle primarie molto più “rigide e severe” rispetto alle attuali (dove, in buona sostanza, vota chi vuole all’atto del voto e della presentazione dell’obolo di due euro) nel senso di un Pd che tornerebbe così a riscoprirsi ‘bersagliano’ più che ‘renziano’. Ma quando farlo, il congresso anticipato? “Al più presto”, chiedono le minoranze e Area dem (Franceschini, il quale spinge molto sul punto), più il candidato naturale ad ereditare le spoglie del fu Pci-Pds-Ds, Nicola Zingaretti, cioè entro ottobre. Oppure “più in là nel tempo, dopo una seria e approfondita discussione”, come chiedono Martina, molti renziani e tutti coloro che non vogliono consegnarsi, mani e piedi, agli ex Ds. Deciderà l’assemblea nazionale convocata il 7 luglio. Doveva essere il trionfo di Martina, l’Assemblea nazionale del 7 luglio, e la sua incoronazione, sarà invece il suo ultimo atto.

NB: l’articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale. 

 

SalvaSalva