Assemblea Pd, tutto va come previsto: Martina segretario, si prepara Zingaretti, ma Renzi si riprende la scena

Pubblico qui due articoli sull’Assemblea nazionale del Pd che si è tenuta ieri, 7 luglio, all’hotel Ergife di Roma e che ha portato all’elezione di Maurizio Martina come segretario a tutti gli effetti del Pd anche se c’è chi dice che è stato eletto senza numero legale in quanto il numero dei votanti a favore (su una platea di 1100 aventi diritto erano presenti e registrati solo in 600…) non è stato comunicato dalla presidenza dell’Assemblea (Orfini), ma solo il numero dei contrari (13) e degli astenuti (7). Martina sarà, in ogni caso, un segretario “a tempo” perché a novembre si aprirà la fase congressuale, con un’altra Assemblea nazionale e la presentazione delle candidature con le primarie fissate a febbraio 2019 (probabile la data del 24 febbraio 2019). Per ora, l’unica candidatura ufficiosa è quella del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, ma sono probabili anche le discese in campo di tre esponenti del Pd ‘diversamente renziani’ (Matteo Richetti e Deborah Serracchiani e Ivan Scalfarotto) e anche quella, per conto di una sinistra ancora più a sinistra del Pd, di Gianni Cuperlo, esponente della sua corrente, Sinistra dem. Intanto, ieri, Renzi è andato all’attacco sia della sinistra interna sia del lavoro del governo Gentiloni, il quale ha definito l’intervento di Renzi “imbarazzante”. Renzi è stato molto contestato durante il suo intervento, Zingaretti lo ha bollato come un leader che “non ascolta” e Martina ha detto che il Pd deve diventare “un’orchestra”. Per ora, resta un’orchestra stonata

 

1. Renzi all’attacco contro la sinistra interna e anche contro il governo Gentiloni: “Ci rivediamo al congresso”

Il ministro all’Agricoltura e nuovo segretario del Pd Maurizio Martina

Ettore Maria Colombo – ROMA – 8 luglio 2018

“Era già tutto previsto” cantava Riccardo Cocciante. Tranne, ovviamente, Matteo Renzi che parla contro tutto (Lega e M5S al governo) e tutti (sinistra interna e, anche e soprattutto, Gentiloni). L’assemblea nazionale del Pd convocata ieri all’Ergife sotto un caldo da capitale africana va come doveva andare: Martina eletto in via plebiscitaria grazie al patto sottoscritto tra i big. Il percorso congressuale che porterà il Pd a eleggere un nuovo segretario sarà a due stadi. Primo stadio: una nuova assemblea, a novembre, che aprirà la fase congressuale con le candidature e il povero Martina che, in carica da pochi mesi, già dovrà dimettersi. Secondo stadio: entro febbraio 2019 le primarie che saranno una sfida a due tra il campione della ‘Sinistra’ (Zingaretti) e uno dell’area riformista (renziani e non) che però è ancora tutto da individuare (Delrio, forse). Tutto il resto – dell’Assemblea – è noia, tranne, appunto, l’intervento di Renzi, davvero esplosivo.

Il “senatore” Renzi, così lo introduce dal palco della presidenza Orfini, viene accolto da un caldo applauso, ma solo di una parte della platea. La premessa: “mi assumerò tutte le responsabilità, ma non sono l’unico responsabile.  Nessun partito ha avuto il potere di quello che abbiamo avuto noi. Siamo stati establishment” – ammette Renzi – abbiamo perso alle elezioni ma per quattro anni siamo stati argine del populismo in Italia”. E poi, eccolo di nuovo all’attacco: “Chi in questi quattro anni ha cercato di demolire il Pd ha distrutto la possibilità di una alternativa al populismo, ha picchiato dentro l’argine, dentro il partito con delle divisioni assurde. L’alternativa al Pd non erano i compagni di Leu ma la destra che è una tra le più pericolose in Europa”. Renzi – che cita, contestato dalla platea, prima Macron e poi, soprattutto, Tony Blair, ma anche i Kennedy – picchia come un fabbro contro il probabile futuro campione della sinistra, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti: “Non serve tornare all’Unione o ai Ds: la nostalgia non è la risposta alla sconfitta”. Ma Renzi mena anche sul mancato accordo coi 5Stelle cui erano favorevoli Martina e tanti big: “Ero contrario e ho combattuto come un leone per evitarlo. E vi dico perché: l’M5S è la nuova destra, una corrente della Lega ed entrambi hanno inquinato le falde della democrazia”.

Infine, l’ex leader attacca Gentiloni con l’ex premier che lo ascolta sempre più rabbuiato e non applaude mai (si limiterà a definirne l’intervento prima “ingeneroso” e poi “imbarazzante”) mentre Renzi elenca le dieci cause della sconfitta elettorale: tra queste, ci sono le divisioni interne, il “poco coraggio” mostrato dalla mancata approvazione di riforme come l’abolizione dei vitalizi e lo Ius Soli, “l’aver inseguito per mesi la fantomatica avventura di Pisapia”, “l’algida sobrietà” del suo successore. Per il proprio futuro prossimo Renzi “si arruola” in quella “grande battaglia culturale” (farà un programma su Firenze, diverse le tv interessate) che servirà per salvare il Paese dalla barbarie, ma senza dimenticare la sfida interna. Tanto che urla così ai suoi contestatori: “Ci rivedremo al congresso, ma lo riperderete, e il giorno dopo tornerete ad attaccare chi ha vinto!”. Il problema è che il fronte renzian-riformista un candidato forte non l’ha ma deve trovarlo e presto., anche se l’idea dei renziani doc resta quella di convincere il capogruppo alla Camera, Delrio, che non vuole, a candidarsi.


2. I contestatori di Renzi mentre parla e quelli interni che puntano a togliergli lo scettro nel partito. Per le primarie si scalda, a bordo campo, solo Nicola Zingaretti, per ora.

Il premier uscente, Paolo Gentiloni

Ettore Maria Colombo – ROMA – 8 luglio 2018

I contestatori – e gli avversari politici – di un Renzi che ieri si è ripreso la scena e la ribalta, sono tanti, nella base e ai vertici del Pd. Mentre l’ex segretario parla e cita Macron e Blair, parte della platea rumoreggia, borbotta, infine esplode. Renzi dice “eravamo establishment” e un delegato lo fulmina urlandogli: “Era colpa tua”, ma all’ex premier scappia la frizione solo quando parte un urlo dalla platea “E Ignazio Marino?!” come ad addebitarne a Renzi la defenestrazione. Renzi, rivolto al contestatore, urla: “Ci rivedremo al congresso, lo riperderete e dopo tornerete ad attaccare chi ha vinto”. Ma se, alla fine, l’ex segretario prova a rabbonire sé e i suoi (“Vi suggerisco di non cadere nelle provocazioni”), quando smette di parlare solo metà della sala si alza, volti estatici, tributandogli una vera standing ovation, mentre una larga fetta rimane seduta, braccia conserte, teste che si scuotono nervose. Vista da dietro, la prima fila è una lunga teoria di silohuette in piedi, spezzate da Gentiloni e Minniti, al loro posto, che non applaudono. Renzi gliene ha dette troppe, e tutte insieme, a loro e al ‘loro’ governo (quello Gentiloni) e i due si sono sentiti attaccati, smontati, derisi, umiliati. Gentiloni, ai suoi, definirà Renzi “imbarazzante”.

Il dibattito parte, ma stancamente, e Renzi se ne va. Gianni Cuperlo, che si candiderà al congresso, nonostante Zingaretti, dice: ”Non vedo nostalgie, ma se oggi non si può cantare ‘Bandiera rossa’ non si può nemmeno sostituirla con ‘Uno su mille ce la fa’!”. Martina, che parla a scena già rubata da Renzi, si auspica un Pd ”che suona come una grande orchestra” e poco altro, parole deboli, le sue. L‘ex ministro Orlando, che appoggia ‘Zinga’ e già che c’è smonta il ‘Fronte repubblicano’ di Calenda (“Quello va bene ai Parioli”), è il più esplicito nelle critiche a Renzi. Per giustificare il mancato accordo con i 5Stelle, tira in ballo pure la storia: “Il Pci si è alleato con Badoglio e il re per cacciare i fascisti” dice tra gli applausi. Francesco Boccia, che si candiderà pure lui, forse, al congresso, a nome dell’area del governatore pugliese, Michele Emiliano, fa votare i suoi contro l’elezione di Martina a segretario e contro l’ordine del giorno finale sul congresso presentato dal presidente dell’Assemblea, Matteo Orfini, ma sono solo (in sette…) su una platea di 600. Anche il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti – che ribadisce  ”io sono in campo”, anche se tra i renziani si dubita che, alla fine, per motivi soprattutto legati ai problemi del governo del Lazio si farà avanti – va giù duro contro Renzi: “non si predispone mai all’ascolto degli altri e delle loro ragioni. E’ un grandissimo limite per un leader”. Lorenzo Guerini, che ha lavorato giorno e notte per l’accordo su Martina segretario pro tempore e primarie nel 2019, è soddisfatto per l’accordo. Roberto Giachetti dice la verità, da renziano hard: “La decisione presa è un errore fatale per evitare di fare il congresso quando si doveva, in autunno. Siamo una classe dirigente fragile, impaurita, che non trova il coraggio di consegnarsi al popolo”. Cala il sipario.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale l’8 luglio 2018.

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