E verso sera, intanto, il Pd… Renzi era disposto ad appoggiare Gentiloni solo se si votava subito, ora si riapre la sarabanda interna. Calenda lancia il "Fronte repubblicano"

Pubblico qui gli ultimi due articoli usciti su Quotidiano Nazionale che riguardano il Pd. Naturalmente, le notizie e le novità delle ultime ore sulla soluzione della crisi di governo cambiano molto il quadro, invito i miei 25 lettori a tener conto di quando sono stati scritti. 

gentiloni

Il premier uscente, Paolo Gentiloni

 

  1. Casa Pd. Se si vota a luglio, il premier del centrosinistra sarà Gentiloni.

Ettore Maria Colombo – ROMA
SE RINASCERÀ davvero il governo giallo-verde, avrà vinto Matteo Renzi e chi nel Pd, come i suoi fidati scudieri Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci, ha “messo paura” a Lega e M5S, giocando di sponda con il Quirinale e fingendo di essere pronto a tutto, compreso di voler votare a luglio. Se invece davvero si voterà a fine luglio, o ai primi di settembre, Paolo Gentiloni sarà lui il candidato premier di un «fronte repubblicano» che «avrà «un progetto politico chiaro, alleanze larghe, da Paolo Cento (Leu, ndr.) a Casini», come dicono da Palazzo Chigi mentre fanno gli scatoloni. In ogni caso, sia che si voti presto sia che si voti tardi, i ‘gentiloniani’ sono sicuri di aver intascato la promozione sul campo del loro premier (uscente). Il problema, temevano ieri mattina, gli uomini di Gentiloni, era Matteo Renzi. L’ex segretario è «perplesso», se non«contrario», a dare a Gentiloni, con cui i rapporti sono pari a zero gradi Fahrenheit, la leadership e il potere di vita e di morte sul nuovo centrosinistra. A partire dalle alleanze per finire alla composizione delle liste.
E, INVECE, a metà pomeriggio, Renzi – che ha accarezzato la possibilità di lanciare come candidato premier il ministro uscente Carlo Calenda, il quale però chiama Gentiloni «il nostro Churchill», ne è amico, lo incontra e lo incoraggia – fa buon viso a cattivo gioco. Anche perché si diffonde la convinzione che si andrà a votare il 29 luglio. Troppo presto per fare le primarie, a stento ci sarebbe il tempo di indire un’Assemblea nazionale e mantenere Martina – che gode del puntello di Gentiloni – reggente. Renzi, perciò, cambia idea. «Quando c’è tensione c’è sempre un canale sotterraneo al lavoro», sorride un big dem dotato di antiche arti diplomatiche che ha lavorato per la ricucitura tra i due.
Renzi, dunque appoggerebbe Gentiloni che sarebbe già pronto a lanciare, dall’alto di sondaggi che lo premiano, in quanto a popolarità, e sempre in ascesa da molti mesi, attraverso interviste e uscite pubbliche una coalizione la più larga possibile che possa far recuperare al Pd voti e, ovviamente, seggi. Ma solo se le elezioni saranno il 29 luglio. Se invece le elezioni dovessero slittare a settembre, allora tutto tornerebbe in alto mare, compresa la pace fredda Renzi-Gentiloni. Renzi, ieri, prima ha detto «io voglio giocare non più da punta, ma da mediano», poi a sera, ospite di Lilli Gruber, ha attaccato Salvini e Di Maio definendoli «due pagliacci», infine ha difeso a spada tratta i poteri del presidente della Repubblica, facendo persino vedere i fogli e il carteggio con cui l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, bocciò proprio a Renzi ben due ministri. Ma se, invece, i tempi del voto si allungano, l’ex leader è pronto a tornare a coltivare il sogno di un «nuovo partito» alla Macron. Per gli anti-Renzi, invece, si scalda già Nicola Zingaretti, pronto a lanciarsi verso primarie che, probabilmente, vincerebbe.
NB: L’articolo è pubblicato il 30 maggio 2018 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale


calenda

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda

2. Renzi non vuole Gentiloni candidato premier e punta tutto su Carlo Calenda.
Ettore Maria Colombo ROMA
EX captivitate salus. Dalla tragedia la salvezza, come scriveva il politologo Carl Schmitt. Il Pd, finito nell’angolo, recupera centralità, compattezza e visibilità. Ieri, per dire, nessuna polemica interna, nessuno a guardarsi l’ombelico. Tutti i dem compatti a difendere Mattarella e le istituzioni repubblicane, a dare credito al tentativo (disperato) di Cottarelli di formare un governo, a difendere la tenuta democratica del Paese. Oggi, annuncia il segretario Maurizio Martina, «il Pd si mobiliterà a difesa del presidente della Repubblica» in tutte le piazze. Il primo giugno, sarà la volta di due manifestazioni che il Pd lancerà a Roma e a Milano «a difesa delle istituzioni», cioè a difesa di Mattarella.
ANCHE Matteo Renzi torna a parlare, e parecchio, via Enews: «Si andrà presto alle elezioni, frutto dell’incapacità di governare di Lega e M5S. Il Pd non litighi, ma offra un’alternativa credibile», dice. Poi punta il bersaglio grosso, quello delle elezioni che, prima o poi (più prima che poi) ci saranno: «Sarà una battaglia incredibile tra chi vuole uscire dall’Europa e chi vuole un’Italia forte, ma dentro l’Europa. Abbiamo l’occasione di una rivincita per salvare il Paese». Fuori dalla retorica stanno i famosi ‘caminetti’ del Pd. Ieri Martina ha riunito i tanti big dem (Franceschini, Orfini, Guerini, i due capigruppo). Martina, come pure il vicepresidente alla Camera, Ettore Rosato, ieri al Tg3, hanno garantito che «il Pd è unito e risponderà sì al governo». Ma tra i renziani serpeggiano i dubbi. Nessuno ha dimenticato lo scontro al fulmicotone tra Renzi e il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. I renziani – per non impiccare il Pd a risultare il solo partito che dà i suoi voti a un governo ‘tecnico’, oltre che ‘del Presidente’, ma destinato in partenza a essere bocciato – sono tentati dalla strada dell’astensione, non del sì. Oggi ne discuterà l’assemblea dei deputati, al mattino, e dei senatori nel pomeriggio, mercoledì o giovedì la Direzione. Renzi e i suoi aspettano di sentire il discorso con cui Cottarelli chiederà la fiducia, ma la spinta di Martina e degli altri big per il sì dovrebbe prevalere.
INFINE, il come si andrà alle elezioni è ovviamente tema di dibattito, nel Pd. Gli anti-renziani vogliono schierare Paolo Gentiloni – che ieri ha incontrato Veltroni, Minniti e Calenda – come candidato premier, anche in funzione anti-Renzi, cioè per arginarne il possibile ritorno sulla scena. I renziani pensano a una sorta di union sacreé, un «fronte repubblicano» (ieri ne ha parlato apertamente il ministro Carlo Calenda, il quale però vedrebbe di buon occhio la dismissione del simbolo del Pd per confluire in un listone) che prefiguri un «Pd 2.0» più macroniano che post-diessino. Come era, appunto, nei sogni iniziali di Renzi, il quale però pensava che, avendo una legislatura lunga davanti, avrebbe potuto intrecciare un nuovo dialogo, in nome dell’europeismo, con Forza Italia. Progetto ormai rientrato nel cassetto. E così, per Renzi, il candidato migliore per le elezioni, non è Gentiloni, con cui i rapporti restano vicini allo zero, ma proprio Calenda. Renzi sarebbe pronto a ‘cedere’ sui confini dell’alleanza di centrosinistra: il «fronte repubblicano» andrebbe da pezzi del centro moderato (Casini, Lorenzin ecc.), compresi esponenti azzurri che non reggeranno l’alleanza con la Lega lepenista, a pezzi di Leu.
Partito, Leu, dove si è aperta una discussione che può portare a una scissione: D’Alema, Bersani, Grasso (e un redivivo Giuliano Pisapia con i suoi civici) sarebbero riaccolti a braccia aperte mentre Sel resterebbe fuori. Zingaretti, promotore di un’alleanza con Leu e candidato al congresso Pd, avrebbe stretto un patto con Renzi proprio su questa ipotesi.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 maggio 2018 a pagina 7 sul Quotidiano Nazionale.