Renzi e Berlusconi insieme, ma all’opposizione. Le parole, le mosse e le strategie di due ex premier contro il governo gialloverde

NB: Pubblico qui di seguito due articoli sulle opposizioni al governo Conte. Nel primo racconto del discorso in Aula del Senato dell’ex premier Matteo Renzi. Nel secondo della posizione presa da Silvio Berlusconi in merito al nuovo governo gialloverde. Entrambi, ieri al Senato e oggi in quella della Camera, votano no al governo Conte

1) CENTROSINISTRA – Renzi torna in scena: «Rispetto sì, sconti no». Il Pd verso le primarie, ma a novembre

Ettore Maria Colombo ROMA

«VOI NON SIETE il bipolarismo di domani, siete la coalizione di domani! Non siete lo Stato, ma il Potere, l’establishment – dice il senatore semplice di Firenze-Scandicci, Matteo Renzi mentre interviene nell’Aula di palazzo Madama – . Non avete più alibi e noi non vi faremo sconti. Il contratto di governo l’avete scritto con l’inchiostro simpatico ed è garantito da un assegno a vuoto. Non avrete la nostra fiducia, ma avrete il nostro rispetto, dentro e fuori di qui». È l’intervento dell’ex leader che dà la linea al gruppo, specie al Senato, anche se, in sede di dichiarazioni finali parlerà, con piglio combattivo, il capogruppo del Pd Andrea Marcucci. E  quando Conte tiene il suo discorso programmatico e ad alcuni senatori dem scatta la frizione (c’è chi insulta, chi si agita e chi interrompe, come il siciliano Davide Faraone espone cartelli con la scritta ‘Cetto La Qualunque’ indirizzati alla volta del premier). Renzi invita tutti alla calma, continua a dire ‘buoni’, ‘zitti’, chiama per l’applauso a Conte quando ribadisce la fedeltà alla Nato, ma solo in quella occasione.
INSOMMA, Renzi sembra una figura a metà tra il capogruppo e il segretario d’aula (nella democrazia britannica si chiama the whip, ‘la frusta’) più che un ex leader, eppure è il solo, nelle fila dell’opposizione, che ha un nome e un blasone, tanto che anche gli azzurri, oltre che la maggioranza, lo ascoltano in religioso silenzio. Alla fine, Leu non applaude, la senatrice azzurra Sandra Leonardo (in Mastella) sì, ma è la sola. In compenso, la maggioranza non insulta. Di certo è lui al centro della scena. E se, del governo, Di Maio lo ignora, Salvini rientra apposta per ascoltarlo, tocca un braccio a Conte per segnalargli che sta per parlare e gli strizza l’occhio quando Renzi lo chiama in causa: «Ti parlo – è la sfida – da padre a padre: ora rappresenti il Paese, non puoi permettere di creare il clima incendiario, sei il capo dell’ordine pubblico».
ALLA BUVETTE, prima di tenere il suo discorso, Renzi si beve un caffè con l’amico senatore Francesco Bonifazi, lo stesso che mentre Renzi parlava per il suo discorso in aula, gli teneva il conto dei minuti (al massimo dieci quelli concessi, “me ne ero preparato uno di 40 minuti”, scherza l’ex leader). «Conte è uno che alla gente può piacere, bisogna riconoscergli che è originale», ammette. Ai giornalisti racconta della sua nuova vita da conferenziere. Reduce da un viaggio lampo di tre giorni in Cina, è molto fiero di essere stato invitato al cimitero di Arlington, a Washington, dove volerà oggi su invito della Fondazione Kennedy, per tenere uno speech in onore dei 50 anni dalla morte di Bob Kennedy, un suo mito personale (come pure lo fu di Walter Veltroni). Il 18 luglio, infine, Renzi ha già ricevuto un invito in Sudafrica per ricordare Mandela. E il Pd? Che fine farà? I renziani fanno capire che la Direzione verrà convocata a breve mentre l’Assemblea nazionale si terrà a metà luglio. Sarà in quella sede che Maurizio Martina verrà eletto e/o confermato segretario pro-tempore (o effettivo), ma in ogni caso con pieni poteri, per un congresso, con primarie incorporate, che si terrà a novembre, non prima. Tempi interni, cioè distesi e – si spera – non polemici. L’obiettivo politico comune è di acclamare un ex premier che, però, non si chiama Renzi, ma Gentiloni, nomina che Renzi, da buon mediano, dovrà subire. A meno che, a nome della sinistra interna, non scenda in campo il governatore del Lazio Nicola Zingaretti il quale, però, dovrebbe opporsi a Gentiloni.
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NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 giugno su Quotidiano Nazionale. 

 


2) Berlusconi rovina la festa: o noi o loro. «Governo giustizialista e pauperista, no alla fiducia».

Ettore Maria Colombo ROMA

«CI OPPORREMO al pauperismo, al giustizialismo, a ogni atto che metta in pericolo i conti pubblici, il ruolo internazionale del nostro Paese e la nostra libertà». Un giudizio così duro e netto arriva da Silvio Berlusconi in persona. Il quale, la mattina del 2 giugno, mentre ai Fori Imperiali tutto è pronto per la sfilata delle Forze Armate, alla presenza dei novelli ministri leghisti (Salvini in testa) e pentastellati, ricompare con un video ‘modello 1994’, con lui ringalluzzito e pronto alla pugna. Alle spalle del leader di FI compare un’enorme bandiera italiana e la parola Libertati, cioè la parola «Libertà», ma scritta in latino. Scelta raffinata e poco pop, ma sempre di lessico berlusconiano. «Non possiamo che votare no alla fiducia a questo governo», continua Berlusconi che intende rovinare la ‘Festa’ a Salvini, più che a Di Maio. Il leader leghista Salvini prova a buttare acqua sul fuoco e dice, in serata, «dimostrerò con i fatti anche a Berlusconi della bontà di questo governo, magari lungo il percorso» ribadendo che le giunte di centrodestra restano  al loro posto.
OVVIAMENTE, dentro Forza Italia, si plaude alle parole del leader. Mariastella Gelmini, capogruppo alla Camera, dice che quello di Berlusconi è «un manifesto per il riscatto dell’Italia» e attacca la «demagogia mascherata» al governo». Ma la Gelmini è una fedelissima, una lombarda che ha sempre lottato contro lo strapotere della Lega, anche sotto la Madonnina. Già dalla capogruppo al Senato, Annamaria Bernini, bolognese, arrivano accenti diversi: «La nostra opposizione sarà netta, al governo Conte, ma il centrodestra resta unito sui territori». Sarà che la Bernini la Lega la voleva presidente del Senato, sarà che in Emilia, come nelle Marche e in Toscana, i padani hanno spazzato via gli azzurri, alle Politiche, ma le lingue sono tante e parlano con linguaggio biforcuto. Il governatore ligure, Giovanni Toti, per dire, ritira fuori la sua formula politica di derivazione diccì: «Dobbiamo avere verso questo governo ‘benevolenza critica’» (un mese fa l’aveva chiamata «astensione benevola»). Certo, Toti, in pratica è una quinta colonna della Lega, e tifa da sempre per quel «partito unico» del centrodestra che, se nascesse, per FI equivarrebbe a una dolce morte. Vero è che, anche in Liguria, Forza Italia non gode di buona salute. A Imperia si vota e l’ex ministro Claudio Scajola si candida, contro Toti e suo nipote, suo assessore, in una sorta di guerra dei Roses ligure, ma sotto le insegne di Forza Imperia perché «Berlusconi mi ha tolto il simbolo», eppure sottolinea che «il mio cuore batte per Berlusconi presidente». E per un Renato Schifani, che parla di «governo a trazione grillina cui Forza Italia non farà sconti», ci sono altri suoi colleghi che, dietro rigoroso anonimato, dicono: «Se il governo non azzannerà Berlusconi su giustizia e tv, ne terrà conto». Ma se la vox populi che arriva dal Senato vede alcuni azzurri pronti a mollare gli ormeggi verso la Lega, il mood del Cavaliere, per ora, resterà barricadero a causa dei segnali che lo inquietano. PRIMA le ventilate nomine di ‘nemici’ storici come i pm Di Matteo e Davigo al ministero della Giustizia, dove c’è Bonafede, visto di malocchio da tutti i berluscones. Poi il rischio concreto che, nel braccio di ferro tra Lega e M5S su quale dei due partiti debba avere il viceministro con delega alle Tlc (già inglobate nello Sviluppo, a guida Di Maio), vincano questi ultimi con il rischio di vendette, o intralci, negli affari di Mediaset.
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NB: l’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 3 giugno 2018.