Pacchetto amministrative. Il Pd crolla nelle (ex) “regioni rosse”, la Lega vince, l’M5S tiene. Dramma notturno al Nazareno

Riprendo a pubblicare, su questo blog, i miei articoli,  usciti su Quotidiano Nazionale in formato cartaceo e originali. Si parte con la disanima delle ultime elezioni amministrative comunali (ballottaggi e primo turno) viste, soprattutto, dal lato del centrosinistra e di una sconfitta davvero pesante. Buona lettura!

 

1. Non solo Renzi, Il flop clamoroso di Martina ai ballottaggi. E al Nazareno parte la resa dei conti. Gli appelli a fare fronte comune contro i populismi al governo non hanno mobilitato la sinistra

Il segretario reggente del Pd Maurizio Martina (foto Ansa)

A) Articolo pubblicato su QN del 25 giugno 2018 – seconda edizione.  Segue, subito dopo, quello della prima edizione, chiuso a mezzanotte. 

Roma, 25 giugno 2018 H 1.00  – La batosta è brutta, dolorosa, urticante. Il Pd, non più solo quello dell’ex segretario, Matteo Renzi, ma anche quello del “nuovo corso” del segretario reggente, Maurizio Martina, è tramortito, sbandato, atterrito. Le ex roccaforti delle ex regioni rosse sono cadute, non solo ieri, ma in tutti questi lunghi anni, una dopo l’altra. In Emilia-Romagna ora capitola anche Imola, dove il centrodestra fa volare il candidato grillino. In Umbria, già al primo turno, era caduta Terni. In Toscana, con le brucianti sconfitte di ieri (Pisa, Massa Carrara, Siena, dove i dem locali hanno sperato fino all’ultimo), il Pd ora governa solo Firenze, e Lucca. Nardella, sindaco del capoluogo, medita di non ricandidarsi più e la Lega ha preso la rincorsa per sperare l’impensabile: vincere le regionali in Umbria e Piemonte nel 2019 e quelle in Toscana nel 2020. Resterebbero, appunto, l’Emilia-Romagna e le Marche, in teoria.

L’aver nascosto Renzi non è servito. La presenza in massa, nelle città al voto, dell’ormai ex premier Gentiloni, del padre fondatore Veltroni e di tanti ex ministri, non ha spostato che pochi voti. Gli appelli al ‘Fronte repubblicano’, invocato da tanti (dall’ex ministro Calenda agli ex di Leu), per unire ciò che sempre Renzi sembrava avesse disunito (il vecchio centrosinistra formato ‘extra-large’) non sono bastati. Le piccole consolazioni, sotto forma di vittoria, a Brindisi e Teramo, la riconferma di Ancona sono rondini che non fanno primavera. Il centrosinistra regge in qualche zona (i centri storici) delle principali città italiane e poco più. In intere regioni, specie al Nord, ma anche nel profondo Sud, è di fatto cancellato. Solo per restare a questi ballottaggi, è vincente in cinque sfide, ma perde nove capoluoghi a fronte del più sei del centrodestra.

Al Nazareno il clima è plumbeo, l’aria umida come la notte romana, l’afa irrespirabile. Martina non parla, farà oggi una conferenza stampa. Matteo Ricci, responsabile degli Enti locali del Pd e sindaco di Pesaro, prende il coraggio a due mani e dice: “Quella in Toscana è una brutta sconfitta. Bene i risultati di Ancona, Brindisi, Teramo e altre città, ma la sconfitta in Toscana pesa tanto anche rispetto ai risultati, in chiaroscuro, altrove”.

Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato e toscano doc, prova a spiegare: “In Toscana il risultato è senza dubbio negativo e il vento del 4 marzo non si è attenuato. Ci servirà una riflessione molto profonda, ma da fare in tempi brevi, per ripartire. L’M5S determina una svolta a destra, votando in blocco i candidati della Lega. Dobbiamo ritornare nei territori con proposte concrete. In Parlamento l’opposizione al governo di destra deve diventare una proposta credibile e totalmente alternativa”. Lorenzo Guerini, vicesegretario dem in predicato di diventare presidente del Copasir (sempre che la Lega non regali a Fd’I una presidenza che deve andare all’opposizione ed essere di reale garanzia) prova a vedere il bicchiere mezzo pieno: “Dopo i buoni risultati del Pd al primo turno, con una nostra tenuta, oggi i ballottaggi sono in chiaroscuro, tra sconfitte che bruciano e vittorie importanti. Se governiamo bene e abbiamo coalizioni unite vinciamo, dove ci siamo caratterizzati per litigi e divisioni perdiamo, ma siamo in piedi e possiamo ripartire”. Sarà. Prima occasione, per la “ripartenza”, sarà l’assemblea nazionale del 7 luglio che dovrebbe incoronare Martina segretario fino a un congresso da spostare ben più al di là nel tempo, forse nel 2019. Non sarà, a occhio, una ripartenza indolore.

 


Il logo delle elezioni amministrative 2018

B) Articolo pubblicato in prima edizione (chiusura in tipografia h 24.00)

Roma, 25 luglio 2018 – H 24.00 – Si profila una brutta batosta, per il Pd. Il «nuovo corso» del segretario reggente, Maurizio Martina, non sembra decollare. L’aver nascosto Renzi sia nelle città dove si votava al primo turno sia ai ballottaggi non è servito. La presenza in massa, nelle città al voto, dell’ormai ex premier Gentiloni, del padre fondatore Veltroni e di tanti ex ministri, non ha spostato che pochi voti. Gli appelli al «Fronte repubblicano», invocato da tanti (dall’ex ministro Calenda agli ex di LeU, per dire della distanza degli addendi), per unire ciò che sempre Renzi sembrava avesse disunito (il vecchio centrosinistra formato «large», dai moderati alla sinistra-sinistra) e anche gli apporti di voti di altre piccole formazioni di sinistra non sono bastate. Tranne Brindisi, dove il candidato del centrosinistra è nettamente avanti, Ancona, dove il Pd non ha mai avuto paura di perdere il capoluogo di regione, e Teramo, dove però una rondine non fa primavera, per il centrosinistra e, soprattutto, per il Pd i ballottaggi stanno prendendo la forma di un vero e proprio bagno di sangue. Sopratutto nel cuore dell’ex potere ex comunista e post-diessino, le regioni rosse, anche se ormai si dovrebbe dire «ex rosse».
 A Siena la vittoria potrebbe arrivare, ma strappata per un soffio, al fotofinish. E, soprattutto, sia a Pisa che a Massa Carrara il centrodestra sia vincente e il centrosinistra soccombente. Salvini aveva investito molto, specialmente su Pisa, ma anche su Massa (oltre che su Terni) e il Pd aveva cercato di difendere queste città con le unghie e con i denti. Anche a Imola, storica roccaforte ‘rossa’, il Pd rischia di perdere la città e, come a Terni, dove non è neppure arrivato al ballottaggio, un predominio che affondava le sue radici nel lontano secondo dopoguerra. Una sconfitta dal sapore storico.  «Ci aspettiamo di perdere tutte le città che erano le nostre roccaforti storiche, quindi per adesso nessuno di noi dirà nulla» è l’unica voce che trapela, a mezzanotte, dal Nazareno. Il clima è plumbeo, l’aria umida come la notte romana, l’afa irrespirabile.  Matteo Ricci, responsabile degli Enti locali del Pd e sindaco di Pesaro (l’anno prossimo si troverà di fronte alla necessità di chiedere ai suoi concittadini una riconferma anche lui: ha ben operato, ma anche le Marche non sono più rosse, anzi: per nulla) compulsa i dati e fa sapere che «la notte è lunga, ce la giocheremo voto su voto».
L’affluenza non altissima (48,5%) aveva fatto ben sperare: una coazione a ripetere del passato, quando si usava dire, nel Pci-Pds-Ds, con orgoglio,  «i nostri» vanno a votare, «quelli di centrodestra vanno al mare». Beh, non è più vero neanche questo dato.  Anche questi dati, se confermati, renderanno ancora più difficile l’analisi di una sconfitta che non è più solo quella delle recenti Politiche del 4 marzo, ma viene da lontano e cioè da molte e pesanti precedenti elezioni amministrative, comunali e regionali.

E, a proposito di elezioni regionali, l’anno prossimo si vota a Firenze e nel 2020 in Toscana. Il sindaco in carica, Dario Nardella, renziano storico, sembra che non si voglia più ricandidare: il vento leghista starebbe per invadere anche il capoluogo del Granducato. Inoltre, si voterà anche in Toscana, nel 2020, mentre nel 2019 si voterà in Umbria e in altre regioni ancora in mano al Pd, come il Piemonte. Salvini punta a spazzare via quel che resta del potere del fu Pci-Pds-Ds in tutte le regioni rosse. E il Pd trema. L’assemblea del 7 luglio che, in teoria, doveva limitarsi a incoronare Martina segretario non sarà indolore.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 25 giugno 2018 in due edizioni differenti: la prima è stata chiusa in tipografia a mezzanotte, la seconda all’una. 

 


2. Governo alla prova dei ballottaggi. Il Pd si aggrappa alle ultime roccaforti. 75 comuni al voto. La Lega vede l’exploit, i 5 Stelle inseguono 

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

ROMA, 24 giugno 2018 –  Resisterà il Pd nelle (ex) “regioni rosse”? Il centrodestra, ormai a trazione leghista, farà davvero l’en plein? L’M5S, nei pochi comuni dove va al ballottaggio, riuscirà a farcela? Sono queste le tre domande principali rispetto al voto di ballottaggio (secondo turno) delle elezioni amministrative il cui primo turno si è tenuto lo scorso 10 giugno. In quella occasione erano 761 i comuni al voto e ora sono solo 75, erano 6,7 milioni i cittadini interessati e ora solo appena 2.793 mila, l’affluenza è stata del 61,2%, oggi sarà in calo. Al primo turno, nei 20 comuni capoluoghi di provincia, quattro sono andati al centrodestra, due al centrosinistra e 14 al ballottaggio di oggi. Nei complessivi 109 comuni con più di 15 mila abitanti (sotto quella cifra il turno è unico) il centrodestra ne aveva conquistati 14 (37,6% di media), il centrosinistra sette (24,4%), le liste civiche 13. Al ballottaggio, dunque, vanno 75 comuni sempre sopra i 15 mila abitanti. Il centrodestra è in vantaggio in 29 città, il centrosinistra in 20, mentre l’M5S, dopo il risultato deludente del primo turno (11,0%), è rimasto in gara solo in sette città: Terni, Avellino, Ragusa, Assemini (Cagliari), Acireale (Catania), Pomezia e Imola. I riflettori, però, sono puntati soprattutto sui 14 capoluoghi di provincia. Il centrodestra è avanti in nove casi (tra cui Sondrio, Teramo, Terni, Pisa, Viterbo, Brindisi) e il centrosinistra in quattro (Ancona, Massa, Siena, Avellino). In totale, su 43 delle 76 sfide di oggi, il ballottaggio è fra centrodestra e centrosinistra, con M5S a fare da ago della bilancia mentre i suoi elettori vengono già considerati dai politologi in “libera uscita”.

L’appuntamento è politicamente significativo soprattutto per i leader dei due partiti di maggioranza, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che si sono spesi in prima persona, in campagna elettorale. Per il Pd è sceso in campo l’ex premier Paolo Gentiloni, a sostegno dei candidati in corsa per il centrosinistra, ma anche molti altri big dem (Martina, Calenda, Veltroni). Tutti tranne l’ex segretario Matteo Renzi, tenuto prudentemente alla larga dai comizi finali perché ritenuto troppo divisivo. Nel centrodestra, Berlusconi, in pratica, non si è mai visto.

Ma vediamo alcune delle sfide principali. A Sondrio, Brindisi, Viterbo e Teramo, non ci dovrebbe essere partita: vincerà il centrodestra. A Terni, storica roccaforte rossa, il Pd fa da spettatore alla contesa tra un leghista e un grillino. Ancona è una delle poche città che, forse, resteranno ‘rosse’: nonostante lo sforzo profuso da Lega e Forza Italia, il Pd è a un passo dalla vittoria. A Massa la sfida è incerta. A Siena, centrodestra e centrosinistra (che paga la mala gestione della storica banca locale, Mps) partono appaiati. Su Pisa la Lega ha investito molto: Salvini spera di soffiare al Pd, con un suo candidato, la guida di una città ‘rossa’. A Imola, altra ex roccaforte ‘rossa’, va in scena un ballottaggio storico tra il centrosinistra e un grillino. Ad Avellino il candidato del centrosinistra è davanti, ma per il candidato grillino è sceso in campo lo stesso Di Maio. A Imperia la sfida è una sorta di ‘parenti serpenti’ dentro il centrodestra: l’ex ministro del Pdl, Claudio Scajola, parte avvantaggiato, con il sostegno di molte liste civiche, contro il candidato ufficiale di FI-Lega guidato dal suo ex delfino.

L’articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 24 giugno. 

 


3. Nelle ex regioni rosse ballottaggi sul filo di lana. In 15 città elettori M5S decisivi

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

ROMA, 23 giugno 2018. – Quando, domenica sera, si saranno chiuse le urne del secondo turno di ballottaggio nei 76 comuni superiori ai 15 mila abitanti non si parlerà più, a meno di incidenti politici gravissimi all’interno della maggioranza di governo, di elezioni almeno fino al giugno 2019 (quando si terranno, come previsto, le elezioni europee). Sarà, dunque, un tempo politico lungo, quello che si apre, che obbligherà i partiti a rilevare i proprio consensi solo ed esclusivamente sulla base dei sondaggi di opinione e degli indici di gradimento. A maggior ragione, i 76 ballottaggi di domenica, che coinvolgono oltre tre milioni di elettori (tra i 111 comuni superiori ai 15 mila abitanti solo 35 hanno già il sindaco), verranno vagliati come l’oracolo della Pizia di Delfi dalle forze politiche perché stabiliranno il quadro dei vincitori e dei vinti e, soprattutto, se e quanto il voto locale avrà riflessi nazionali.

In attesa del voto di domenica, l’Istituto Cattaneo di Bologna si è, come al solito, “portato avanti”, analizzando la competizione politica nei 76 comuni al ballottaggio, stimando il grado di incertezza elettorale nelle città e considerando i contesti in cui le “rimonte” sono possibili. Nella maggior parte dei casi (43 su 76), i ballottaggi prevedono una sfida “tradizionale” tra il centrodestra e il centrosinistra. In altri 17 casi, una delle due coalizioni principali (centrodestra e centrosinistra) si troverà, invece, a competere con una lista civica. Se a questi 17 casi si aggiungono i ballottaggi in cui il M5S competerà contro un candidato di centrosinistra o di centrodestra, ne risulta che le due coalizioni principali sono presenti nel 90% delle consultazioni.

Osservando i ballottaggi italiani dal 2010 al 2018 si nota – spiega Marco Valbruzzi, il ricercatore del Cattaneo che ha curato la ricerca – “la progressiva riduzione dei confronti bipolari tra centrodestra e centrosinistra nel corso degli anni”: erano il 75% fino al 2012, si sono ridotti al 50% dal 2013 in poi come conseguenza della crescita del M5S. L’M5S conferma le sue difficoltà di andare al ballottaggio: in questa tornata in 14 comuni su 76 il M5S non ha neppure presentato un candidato. In soli tre casi (Pomezia, Ragusa, Assemini), il candidato sindaco del M5S è il più votato e va al ballottaggio in vantaggio. In altri quattro casi il M5S sfiderà il centrodestra (2) o il centrosinistra (2). E se “in 19 casi – spiega Valbruzzi – il M5S è il terzo classificato, un esito che permette ai suoi elettori di giocare un ruolo decisivo nella contesa”, nella metà dei ballottaggi (36 su 76) il M5S “giocherà un ruolo secondario o marginale”.

Il Cattaneo distingue anche, con perizia, grafici e tabelle, i ballottaggi dall’esito più scontato da quelli dove la partita è ancora aperta e tutta da giocare. Tra i primi casi ci sono le città di Ancona, Terni e Sondrio. Tra i secondi, le città di Ragusa, Siena, Messina, Pisa e Massa. Qui  l’esito del risultato è più incerto perché “nessuno dei due candidati – spiega la ricerca – è vicino alla soglia decisiva del 50% ed esiste un’ampia quota di elettorato che può essere ri-mobilitata e “conquistata”. Sono quattro, infine, i comuni capoluogo al ballottaggio e dall’esito meno incerto: Viterbo, Avellino, Ancona e Terni.

Va anche detto che le competizioni dall’esito più incerto si concentrano soprattutto al Nord-Est e nelle città del Centro, mentre quelle più “scontate” sono nel Nord-ovest e nel Sud. La vera eccezione è rappresentata dalle ex regioni “rosse”: il progressivo indebolimento del Pds/Ds/Pd ha creato una condizione di maggiore imprevedibilità sull’esito finale e, nelle ultime tre tornate elettorali il trend si è quasi capovolto, trasformando i ballottaggi nelle “regioni rosse” in elezioni dall’esito imprevedibile, come nel resto d’Italia.

 

L’articolo è stato pubblicato il 23 giugno a pagina 12 del Quotidiano Nazionale

 

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